Analisi del bilancio greco: Atene fa la bella vita con i soldi degli europei

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La questione della Grecia, dei suoi conti in dissesto, della sua incapacità di ripagare i debiti a suo tempo sottoscritti è una questione che da quasi un anno sta scuotendo l’intera sistema finanziario europeo e forse mondiale. L’ultima accelerazione nella crisi della nazione ellenica si è avuta qualche giorno fa, quando il quotidiano tedesco “Der Spiegel” ha addirittura parlato di un’uscita dal sistema dell’euro della Grecia e un suo ritorno alla moneta nazionale, la dracma. Una scelta folle per il governo di Atene, ma la paura in questi casi fa novanta. Si riunisce a Lussemburgo un vertice straordinario tra i ministri delle Finanze di Italia, Francia, Germania, Spagna e Grecia, il presidente dell’Eurogruppo, alti esponenti della Bce e della Commissione e si pongono alla Grecia una serie di condizioni per evitare il default sulle proprie obbligazioni e consentire alla Unione europea di continuare a finanziare il fabbisogno dello stato ellenico. Garanzie sulle privatizzazioni, creazione di un fondo di ammortamento dei titoli di stato, allungamento delle scadenze del debito i principali punti discussi nella riunione. Il punto vero però, ad avviso di chi scrive, è un altro. Come sono messi davvero i conti della Grecia? Leggendo le cronache finanziarie di questi giorni i numeri di Atene non vengono nemmeno citati. Al massimo si parla di percentuali, di scostamenti dagli obiettivi che il governo Papandreu aveva posto alla base delle sue richieste di finanziamenti, si cita un rapporto deficit/pil del 10,4% ma nulla si sa della reale condizione delle casse elleniche. E allora ci abbiamo provato un po’ noi, andando ad analizzare i documenti ufficiali del governo di Atene e del suo Ministro delle Finanze. E qui si arriva al nocciolo della questione. Un nocciolo talmente duro che non piace a nessuno e che, guarda caso, nessuno rende pubblico. Il dato incredibile è uno solo. Semplifichiamo. Come ogni famiglia, condominio, azienda o ente anche uno stato deve fare i cosiddetti conti della serva. Ossia calcolare quanti soldi guadagna ogni anno e quante spese ha. La differenza se positiva può destinarla al risparmio o ad investimenti, se è negativa deve indebitarsi o vendersi qualcosa per far quadre il bilancio. Come è messa in questa ottica così semplice la nazione greca? Non male. Peggio. Malissimo. Il Ministro delle Finanze greco ha reso disponibile per l’anno 2010 un documento ufficiale, il “Rapporto sul budget del governo per il 2010”. Nelle 48 pagine del dettagliato documento una è essenzialmente di nostro precipuo interesse. A pagina 17 il governo Greco dettaglia il progetto di incassi, di ricavi sui quali contare per coprire le spese del 2010. Ebbene il risultato è il seguente: incassi da tasse per circa 49 miliardi di euro, incassi da altre entrate diversi dalle tasse per altri 4, 2 miliardi di euro, incassi da soldi prestati per 38, 156 miliardi di euro. E così si coprono le spese correnti dello stato greco che ammontano a circa 90 miliardi di euro (91,9 miliardi per la precisione). Torniamo all’esempio di una famiglia normale. Il papà guadagna ogni anno circa 49.000 mila euro e la mamma con qualche lavoretto arrangia altri 4 mila euro. La famiglia però spende 91 mila euro l’anno, perché ha un certo tenore di vita. E la differenza chi ce la mette? Gente che ci presta i soldi, magari contribuenti europei, che tirano fuori 38 mila euro l’anno per consentire alla nostra simpatica famiglia greca di avere un tenore di vita adeguato. Il fallimento della Grecia è tutto qua, e parlare di altro è superfluo. Lo stato greco non è fallito, è peggio. E’ completamente decotto. Perché dai propri cittadini riceve appena il 58% dei soldi che gli servono per andare avanti. Il restante 42% se lo deve far prestare, dando in garanzia non si bene cosa. In pratica la Grecia si concede un tenore di vita praticamente doppio di quello che le sue reali possibilità gli offrirebbero. E l’Europa (inclusi gli italiani, che non è che se la passano troppo bene ) gli forniscono quella integrazione al reddito per fargli fare la bella vita, anche oggi anche a crisi scoppiata e perfino con il budget per il 2011. E poi si dice che i tedeschi sono sempre così cattivi…

di Pietro Colagiovanni