La riflessione/ Oggi più che mai serve una Legge che tuteli il “Lavoro”

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Il mondo del lavoro ha urgenze che necessitano di nuove risposte, anche se lo Statuto dei lavoratori ha ancora la sua importanza e la sua validità. Servono azioni rapide e concrete, a iniziare dalla riduzione delle tipologie dei contratti precari, perché la stagnazione dei salari si sta dimostrando una catastrofe, è urgente rilanciare la piena e buona occupazione, con salari in linea a questo rilancio, poichè alla crescita del Pil si sta coniugando una crescita occupazionale precaria. Ad agosto abbiamo avuto un calo di 80 mila occupati rispetto a luglio, anche se, tendenzialmente, abbiamo una crescita di 293 mila occupati: l′80% di questi sono precari, il recupero sull’anno pre-pandemico si sta concretizzando in un’occupazione a tempo determinato e  precaria mentre al Paese serve un rilancio della piena e buona occupazione e dei salari, infatti la stagnazione salariale che ci trasciniamo dietro da lungo periodo: è il risultato di politiche economiche che hanno tentato di recuperare competitività tramite la moderazione salariale.

Il salario lordo annuale medio per un dipendente full-time in Italia nel 2019 era di circa 30mila euro, cresciuto dal 2000 di solo il 3,1% al contrario lo stesso tipo di salario, in Germania era pari a 42.400 euro, in Francia di 39.100 euro: quello tedesco è cresciuto del 18,4%, quello francese del 21,4%. L’Italia, nel 2019, prima del Covid era l’unico Paese tra le maggiori economie europee che non aveva ancora recuperato i livelli salariali precedenti al 2008, quando scoppiò la grande crisi della bolla economica ed era anche contraddistinto da un lento recupero dei livelli occupazionali. Il nostro mercato del lavoro, a causa della struttura produttiva, è caratterizzato da una abnorme incidenza delle professioni a bassa qualifica e da un peso del part-time più alto di tutta l’eurozona, elementi che spingono in basso i salari.

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I salari sono disallineati rispetto al lavoro effettivamente svolto; nel 2019 le ore medie annue lavorate da un dipendente sono state 1.583, mentre in Germania 1.334, quindi 249 in meno, si lavora molto di più anche a causa della scarsa capacità tecnologica e ai bassi investimenti in innovazione nel nostro sistema economico, ma la quota di reddito che va al fattore lavoro tramite i salari è molto più bassa: da noi è il 52,8% mentre in Germania è il 59,2 per cento. Tra il 2008 e il 2020 anno della crisi pandemica nel mercato del lavoro è cresciuta l’area della precarietà occupazionale, dentro ci sono gli occupati dipendenti a tempo determinato, i precari, che sono passati da 2,3 a 2,7 milioni, ma anche chi lavora in part-time involontario, cioè chi vorrebbe lavorare più ore. In questo periodo si è registrata una crescita imponente di questa seconda componente: le persone che lavorano in part-time involontario sono passate da 1,3 a 2,7 milioni, un aumento del 106%, anche la quota del part-time involontario sugli occupati part-time è aumentata: pesavano il 40,2% nel 2008, nel 2020 siamo al 64,6 per cento, cioè 24,4 punti percentuali in più.

Su 15,9 milioni di dipendenti privati, 5,2 milioni sono a un livello sotto i 10mila euro lordi annui, i full-time a tempo indeterminato e continui hanno un salario medio di 36.200 euro: la nostra categoria più alta guadagna in media meno del salario medio tedesco e francese. Il salario entra nella domanda tramite i consumi e quindi aiuta a sostenere la domanda interna e la crescita. Per rilanciare i salari possiamo individuare alcune azioni; ·         orientare gli investimenti pubblici del Recovery con più attenzione verso la crescita dell’occupazione, di sicuro quest’anno i recuperi occupazionali resteranno distanti dai livelli pre-pandemia, il confronto dato di agosto di quest’anno con quello di agosto del 2019 vede 539 mila occupati in meno. ·         ridurre le tipologie dei contratti precari: il lavoro stabile e ben retribuito è fondamentale per stimolare le imprese a investire e aumentare la produttività, ·         completare i rinnovi contrattuali, secondo gli ultimi dati dell’Istat, i lavoratori dipendenti interessati dal completamento dei rinnovi contrattuali sono 7,3 milioni, circa il 60% dei lavoratori dipendenti, i tempi medi di attesa di chi lavora con un contratto scaduto sono passati da 16 a 28 mesi, il che significa mandare a far fottere la tutela del potere d’acquisto dei salari. ·         adeguare il sistema di ammortizzatori sociali; la pandemia ha messo in luce un sistema frammentato, serve un sistema nuovo, basato sui principi dell’universalità, dell’inclusività e dell’equità. ·         intervenire sulla disoccupazione per venire incontro ai disoccupati sostanziali, che oltre ai 2,3 milioni di disoccupati di fatto, include 1,6 milioni di inattivi assimilabili ai disoccupati, l’indice di disoccupazione sostanziale raggiunge il 14,5%,con un aumento di 5,3 punti percentuali rispetto al tasso di disoccupazione ufficiale.

Alfredo Magnifico

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