Attualità/ Riflessioni sulla Giornata della legalità con il giudice Colucci e il cardinale Montenegro

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Il giudice Colucci

Dall’Ufficio Stampa ACLI Molise riceviamo e pubblichiamo

COMUNICATO STAMPA

Giornata della legalità. Riflessione a due voci con Giudice Colucci e Cardinale Montenegro di Agrigento. In un momento storico in cui l’immagine della magistratura è appannata dal comportamento poco trasparente di alcuni vertici dell’autogoverno o di uffici giudiziari, la giornata della legalità, testimoniata da figure esemplari nell’ambito della magistratura e della Chiesa come quelle del giudice Giovanni Falcone e del magistrato Rosario Livatino primo magistrato beato nella storia della Chiesa, proclamato Beato lo scorso 9 maggio ad Agrigento, si pone come riflessione di rinnovata rinascita.

“La figura di Rosario Livatino, primo magistrato a essere proclamato Beato, induce a una riflessione sul senso delle regole e della legalità. La sua testimonianza richiama il lavoro silenzioso e faticoso di tanti magistrati, che sono la maggioranza, che senza badare alle conseguenze personali si pongono a presidio della legge contro prevaricazioni di ogni natura e provenienza. E’ un compito arduo e banale al contempo, comunque essenziale per le nostre comunità e Rosario Livatino lo ha testimoniato offrendo la sua stessa vita. Un Beato per la chiesa, laicamente un Giusto, perché portatore di vera Giustizia, per tutti gli uomini di buona volontà”.

Così, il commento del giudice Daniele Colucci Consigliere della Corte di Appello Di Napoli e Presidente dell’Associazione Liberi nell’Arte (associazione che si occupa di favorire percorsi di reinserimento sociale, rieducazione della pena, inclusione lavorative e sociali a partire dalle realtà marginali della società) sulla giornata della Legalità. Nella stessa giornata, ricordando l’uccisione di Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, a pochi giorni dalla Beatificazione del magistrato Livatino, il Cardinale Francesco Montenegro saluta l’arcidiocesi di Agrigento che ha guidato per 12 anni. Più volte in Molise in qualità di presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e della salute della CEI e di Caritas italiana, in dialogo più volte con le Acli del Molise su migranti e disabilità, il Cardinale Montenegro è stato ascoltato per gli ambiti dell’innovazione sociale e comunicazione dalla giornalista e Consigliere Nazionale Acli Rita D’Addona.

Vittime delle stragi, Legalità, mafia, migranti, povertà, i temi affrontati nel corso dell’intervista a partire dalla testimonianza di Fede del martire della giustizia Livatino, ucciso in “odio alla fede” dalla mafia il 21 settembre 1990.

“Quel giorno si è accesa una fiaccola in più e quando la sera guardiamo il cielo, vediamo che il cielo è pieno di stelle. Sono solo puntini, però quei puntini rompono il buio e noi diciamo che è bello. Al contrario, capovolgendo le immagini, se uno di noi si trovasse in cielo vedrebbe che sulla terra ci sono tanti lumi. E noi abbiamo acceso un’altra stella, un Santo.

I santi sono testimoni di Fede che interessano tutti perché sono modello per tutti, ma in modo particolare Livatino è un modello a cui dovrebbero guardare i giovani perché lui è morto giovane. E’ vissuto in questi ultimi tempi, ma la cosa più importante è che ha dimostrato che una vita per valere non occorre che sia lunga. Anche una vita breve, se vissuta intensamente può diventare preziosa. Se ognuno cerca di vivere la propria vita con impegno e professione lascia il segno nelle azioni compiute. Livatino è stato un magistrato tutto d’un pezzo, un magistrato serio e un uomo che amava la sua professione e non si vendeva a nessuno. E lo ha fatto perché si lasciava guidare dal Vangelo. Il suo motto Sub Tutela Dei, sotto la tutela di Dio vuol dire che lui ha vissuto sotto la tutela di Dio. Alla mafia ha dato fastidio, tant’è vero che lo chiamavano il fantoccio. Lo consideravano pericoloso perché era un uomo che non accettava compromessi e questo li ha spinti a toglierlo di mezzo. Pensavano di toglierlo di mezzo e invece quell’ uccisione è diventata un’esplosione di luce; a distanza di anni, infatti, viene stimato e amato perché il martire della giustizia ci ha fatto scoprire che una vita vissuta con coerenza e una Fede vissuta con coerenza fanno una persona qualunque un grande persona. Lui non è un eroe, ma un gigante di Fede e nella vita.

Il cardinale Montenegro

Sulla mafia l’alto prelato Montenegro ha affermato che “In Sicilia e nell’agrigentino la mafia è molto forte; la Sicilia è la capitale di un mondo violento, un mondo fatto di sopruso per cui Livatino è andato controcorrente e per timore di ripercussioni al limite della morte, non ha mai voluto la scorta. La sua vita è stata vissuta, dunque, controcorrente sotto i più svariati punti di vista. Coerente fino alla fine con quell’interrogativo “ma perché lo stai facendo? Nella giornata della beatificazione tanta gioia è stata vissuta perché siamo abituati alle cronache di una città (Agrigento) considerata negativa a causa della mafia, della violenza, dell’immigrazione, della povertà, e invece abbiamo costatato che questa terra sa produrre anche i Santi. A Palermo ricordiamo don Pino Puglisi, ad Agrigento Rosario Livatino. Con le Istituzioni accanto, anche il Presidente della Repubblica Mattarella e i membri del CSM hanno inviato messaggi in collegamento e visto un video sulla figura di Livatino.

Sulla questione migranti l’arcivescovo Montenegro ha risposto così: “I migranti arrivano sempre ma non si riesce a far nulla per risolvere questo problema e di certo non sarà un blocco navale a risolvere il problema. E’ un problema sociale, culturale, che va affrontano diversamente e non con le mitragliatrici. Qui vivono gli immigrati al cospetto di 156mila emigrati soltanto dalla provincia di Agrigento. La nostra terra è povera e le persone scappano. Come noi abbiamo il diritto di prendere il pullman per recarci in Germania, anche i migranti arrivano da noi in cerca di una vita migliore.

E l’Europa cosa sta facendo in questa situazione, gli è stato chiesto. “L’Europa è stata sempre sorda perché dopo trent’anni non ha affrontato il problema perché ancora ci sono paesi in via di Sviluppo e questo vuol dire che chi vuol farli sviluppare non ha fatto nulla. Più di 60mila morti nel mediterraneo vuol dire che c’è una responsabilità politica. Noi li contiamo perché sono diventati un fatto di cronaca, però la loro storia è la storia che si incrocia con la nostra, perciò, anche noi siamo responsabili di quelle morti.

Le date, dunque, sono occasioni per qualificare, migliorare, crescere perché – come ha affermato Maria Falcone, sorella del giudice Falcone nel corso delle celebrazioni odierne “Da una data di dolore ad una data di rinascita” si può alimentare la conoscenza in favore di legalità e responsabilità.

Ufficio Stampa G. Rubino