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Caldo in Italia, bollino arancione oggi in 17 città

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(Adnkronos) – L'Italia è sempre più stretta nella morsa del caldo. Bollino arancione oggi ad Ancona, Bologna, Bolzano, Brescia, Campobasso, Catania, Firenze, Frosinone, Latina, Palermo, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Trieste, Verona e Viterbo. Con il bollino arancione le temperature sono elevate e le condizioni meteorologiche possono avere effetti negativi sulla salute della popolazione, in particolare nei sottogruppi di popolazione suscettibili spiega il ministero della Salute.  Bollino verde, cioè nessuna allerta per la salute, a Cagliari e Genova. Allerta gialla, in pratica livello 1, in tutte le altre città monitorate: Bari, Civitavecchia, Messina, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino, Venezia. —[email protected] (Web Info)

Elezioni Francia, domenica voto anticipato: i precedenti da De Gaulle a Chirac

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(Adnkronos) –
La Francia si avvia alle elezioni anticipate per la sesta volta nella propria storia. Due volte De Gaulle, due Mitterrand e una Chirac. Sono cinque i precedenti di scioglimento dell'Assemblea nazionale dal dopoguerra a oggi. Sancito dall'articolo 12 della Costituzione francese, lo scioglimento della Camera bassa del Parlamento comporta elezioni legislative anticipate. Nel caso attuale, la decisione del presidente francese Emmanuel Macron di sciogliere l'Assemblea nazionale dopo la sconfitta alle elezioni europee a vantaggio di Marine Le Pen porterà i francesi alle urne il 30 giugno e il 7 luglio del 2024. Il termine naturale della legislatura era invece previsto nel 2027. Il primo scioglimento dell'Assemblea nazionale in Francia risale al 1962, con presidente Charles de Gaulle, dopo che una mozione di censura aveva fatto cadere il premier Georges Pompidou. De Gaulles, rieletto, fa il bis nel 1968, e anche questa volta esce vincitore dalle urne con il 46% dei voti. Nel 1981 è il presidente socialista François Mitterrand ad appellarsi all'articolo 12 della Costituzione. Al voto anticipato il suo partito ha la meglio con il 54,37% delle preferenze. Stessa scelta nel 1988, vince ma con un margine più basso del 46,6% dei voti. Infine nel 1997, due anni dopo la sua elezione Jacques Chirac (Ump) azzarda lo scioglimento dell'Assemblea per rafforzare la sua maggioranza ma la coalizione di sinistra batte i pronostici e vince con il 38% alle elezioni portarono al posto di premier Lionel Jospin.  I deputati del parlamento francese non vengono eletti sulla base della rappresentanza proporzionale, ma attraverso un voto a due turni in 577 collegi elettorali dove le dinamiche locali giocano un ruolo importante. In ogni circoscrizione, se nessun candidato ottiene il 50% dei voti al primo turno, i primi due candidati avanzano al secondo turno, così come qualsiasi altro candidato che abbia ottenuto il sostegno di almeno il 12,5% degli elettori registrati. Il candidato con il maggior numero di voti al secondo turno vince il seggio come membro del parlamento. Per superare il primo turno, i partiti che condividono una visione politica, come i quattro principali partiti di sinistra del Paese, tendono a riunirsi e ad accettare di non mettere i candidati uno contro l'altro. L'affluenza alle urne è importante. Nel 2022, quando l'affluenza era vicina al 50%, i partiti dovevano ottenere circa un quarto dei voti espressi per raggiungere il 12,5% degli elettori registrati. Si prevede che l'affluenza alle urne sarà più alta in questa elezione, il che renderà più facile per i candidati avanzare al secondo voto. 
Per ora, il Rassemblement national (Rn) e alcuni dei suoi alleati del centrodestra hanno circa il 36% di sostegno, mentre il gruppo di sinistra del Nuovo Fronte Popolare è al 29% e i liberali di Macron hanno circa il 21%.  Tre settimane per fare campagna elettorale e solo pochi giorni per stabilire un programma. Sono circostanze eccezionali quelle che hanno anticipato le elezioni legislative convocate il 9 giugno dal capo dell'Eliseo Emmanuel Macron dopo lo scioglimento dell'Assemblea nazionale per la sconfitta elettorale alle europee contro Marine Le Pen. L'obiettivo di Macron è quello di fermare l'avanzata dell'estrema destra, ma la decisione che ha preso e che il premier Gabriel Attal ha cercato di fermare potrebbe ritorcesi contro. I quattro principali gruppi politici che si sfideranno, il Nouveau Front Populaire (Nfp), Ensemble, Les Républicains (Lr) e Rassemblement National (Rn), sono quindi dovuti andare a l'essenziale. Il risultato sono programmi sintetici, che riflettono le priorità e gli indirizzi principali di ciascuna formazione. Ovvero misure sociali e ambientali per il Nouveau Front Populaire, continuità e occupazione per Ensemble, sicurezza e immigrazione per la Rassemblement National. Candidato premier per Rn, Jordan Bardella ha sintetizzato in cinque punti principali il programma del partito di estrema destra: maggior potere d'acquisto, maggiore sicurezza, stretta sull'immigrazione, focus su economia e lavoro, fiscalità e gestione dei conti pubblici.  E' attesa un'affluenza record con gli elettori mostrano un crescente interesse per il voto. Secondo un sondaggio condotto da Ifop-Fiducial per Le Figaro, Lci e Sud Radio, che fornisce proiezioni finali dei seggi basate sulle intenzioni di voto a livello nazionale, la partecipazione è stimata al 67% (+3 in una settimana), ovvero 19,5 punti in più rispetto alle ultime elezioni legislative del 2022. —internazionale/[email protected] (Web Info)

Biden resiste ma dem sotto shock: come e chi potrebbe sostituire il presidente

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Joe Biden non si ritira. Il presidente degli Stati Uniti, protagonista di un disastroso confronto tv con Donald Trump, non getta la spugna: "Posso fare questo lavoro, altrimenti non mi candiderei". Il messaggio nel day after, in un comizio in North Carolina, non spegne il dibattito: i dubbi sull'81enne presidente aumentano e per molti nell'universo dem sono diventati certezze. "C'è un senso di shock per il modo in cui è apparso all'inizio del dibattito, per il tono della sua voce, per come sembrava un po' disorientato"è il lucido, ed inclemente, giudizio della performance di Joe Biden nel dibattito della scorsa notte con Donald Trump, data da David Axelrod, l'ex stratega di Barack Obama, uno dei democratici che da mesi avanza dubbi e preoccupazioni sull'età troppo avanzata per la rielezione del presidente.  "Ci saranno discussioni sul fatto se debba continuare, non so se porteranno a qualcosa, ma ci saranno", aggiunge senza mezzi termini, intervistato dalla Cnn dando voce a quello che moltissimi democratici, in vera modalità di panico, stanno pensando dopo aver visto l'81enne più di una volta in evidente difficoltà durante il dibattito. Altri esprimono giudizi ancora più duri, trincerandosi dietro l'anominato: "È stato come vedere un campione di box salire sul ring ormai troppo vecchio e in un momento in cui dovrebbe gettare la spugna", ha detto a Nbcnews un deputato democratico, esprimendo la convinzione che Biden dovrebbe ritirarsi. "E' arrivato il momento di avere una convention aperta ed un nuovo candidato", gli fa eco un altro dem.  Insomma, il dibattito della scorsa notte sembra aver infranto un tabù, quello del ritiro di Biden, anche se ufficialmente i vertici del partito continuano a dichiarare il sostegno alla corsa per la rielezione del presidente. A cominciare da uno dei nomi considerati più papabili per la discesa in campo dell'ultimo minuto, il governatore della California, Gavin Newsom, che ai giornalisti ha detto che il partito "non potrebbe essere più unito intorno a Biden".   Ben diverso il sentimento che si registra a porte chiuse a casa dem, dove molti hanno vissuto come "un incubo" i 90 minuti di Biden che parlava con voce roca, troppo bassa, che a volte sembrava perdere il filo del discorso, tanto che a metà dibattito il suo staff ha cercato di correre ai ripari dicendo che il presidente era raffreddato.  Tanto che ora si pensa l'impensabile, il cambio del candidato alla convention, una cosa che nessun partito nazionale ha fatto in epoca moderna e che le regole stesse del partito rendono quanto mai ardua. Un eventuale cambiamento di candidato sarebbe praticamente impossibile senza il consenso di Biden, e ogni tentativo golpe contro di lui durante la convention – che si svolgerà dal 19 al 22 agosto a Chicago – potrebbe spaccare il partito, provocando l'alzata di scudi da parte dei delegati eletti durante le primarie, al 99% fedeli a Biden.  
"Solo lui può decidere se intende continuare", riconosce, riferendosi Biden, Axelrod, e un ruolo cruciale nel convincere il presidente, finora apparso assolutamente contrario all'idea di rinunciare ad un secondo mandato, potrebbe averlo la first lady Jill: "Potrebbe anche lei negare l'evidenza di quanto stiano male le cose – scrive il Daily Beast – ma non sembra una moglie che dà sempre ragione al marito, a differenza dell'ultima famiglia presidenziale – aggiunge riferendosi al Trump che potrebbero tornare dopo le elezioni alla Casa Bianca – i Biden sembrano avere un matrimonio costruito su rispetto e ammirazione reciproca".   Appurato quindi che l'unico plausibile scenario potrebbe essere quello di un Biden che decida di fare un passo indietro, si aprirebbe quindi la questione del piano B, per la scelta di un candidato alternativo. Già nei mesi scorsi Politico, prospettava, in modo del tutto ipotetico, l'evoluzione di un piano del genere, ipotizzando appunto un passo indietro di Biden che, avendo concluso vittorioso le primarie il 4 giugno scorso, potrebbe conservare un ruolo di kingmaker, avendo il controllo dei delegati, nelle settimane precedenti alla convention, quando tra i dem si aprirebbe una situazione di "liberi tutti". Per quanto riguarda del possibile nuovo candidato, la questione più spinosa è il fatto che il nome più scontato è anche il più improbabile, quello della vice presidente Kamala Harris, confermata nel ticket anche se non ha certo brillato durante il primo mandato, con tassi di popolarità ancora più bassi di quelli di Biden, sotto il 40%. Gli altri nomi che circolano sono nomi di fedelissimi del presidente, come Newsom – che secondo alcuni lo scorso anno aveva tastato il terreno con una "campagna ombra" per la Casa Bianca ma ora è impegnato per la rielezione di Biden – e il collega governatore dell'Illinois J.B. Pritzker.  Un altro nome molto papabile sarebbe quello di Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, grande alleata di Biden, tanto da essere vice presidente della sua campagna, e nemica di Trump, che ha assunto una grande popolarità durante lo scontro con l'estrema destra dello stato durante la pandemia. Ci sono altri nomi che circolano, compreso quello, che potrebbe dare veramente una speranza ai democratici, di Michelle Obama, l'ancora popolarissima ex first lady che da anni continua però a negare categoricamente ogni sua intenzione di darsi alla politica.  Dopo l'enorme successo delle sue autobiografie, che ha presentato in giro per il mondo in un tour da rockstar, Michelle Obama ora è impegnata con il marito anche in una nuova carriera di produttori cinematografici e televisivi. Le voci di una sua possibile discesa in campo in extremis – che curiosamente vengono fatte circolare con insistenza da repubblicani, in particolare trumpiani, che a scadenza regolare rivelano un piano segreto dei dem per far arrivare Michelle alla Casa Bianca – sono state alimentate dal fatto che l'ex first lady in un'intervista all'inizio dell'anno si è detta "terrorizzata da quello che può succedere alle prossime elezioni". I rumors, intanto, descrivono Michelle Obama distante dalla campagna di Biden: i rapporti tra l'ex first lady e la famiglia del presidente sarebbero freddi da anni, complice l'amicizia che lega Mrs Obama all'ex moglie di Hunter Biden, figlio di Joe. A favore del presidente, intanto, si schiera Barack Obama con un post su X. "Le serate storte nei dibattiti capitano. Credetemi, lo so. Ma queste elezioni rappresentano ancora una scelta tra qualcuno che ha combattuto per la gente comune per tutta la vita e qualcuno che si preoccupa solo di se stesso. Tra qualcuno che dice la verità, sa distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e sarà diretto con il popolo americano e qualcuno che mente apertamente a proprio vantaggio. La notte scorsa la situazione non è cambiata, ed è per questo che la posta in gioco è così alta a novembre".  Ci sarebbe poi un altro, molto più caotico, scenario, quello in cui Biden non fa un passo indietro, viene nominato candidato alla convention ma poi per qualche motivo è incapacitato a partecipare alle elezioni. Che cosa succederebbe? Le regole della convention prevedono che in caso "di morte, dimissioni o incapacità" del candidato il presidente del partito deve "comunicarlo alla leadership democratica del Congresso, all'associazione dei governatori democratici ed ai membri del Comitato Nazionale democratico" che dovranno scegliere un nuovo candidato.  Potrebbero scegliere Harris – che intanto sarebbe stata confermata candidata alla vice presidente – e quindi dovrebbero poi designare un nuovo veep. Un'uscita di scena così ritardata di Biden sarebbe un incubo non solo politico ma anche logistico per gli Stati, alcuni dei quali iniziano ad inviare le schede per il voto dei militari all'estero qualche settimana dopo la convention, e poco dopo avviano anche il voto per posta o in anticipo per gli elettori americani. Il Minnesota e il South Dakota, per esempio, iniziano il voto in anticipo il 20 settembre. —internazionale/[email protected] (Web Info)

Ue, venti giorni per ‘blindare’ von der Leyen: astensione Meloni la aiuta

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Il 18 luglio a Strasburgo la legislatura 2024-29 potrà iniziare davvero. Quel giorno, come ha confermato la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola a margine del Consiglio Europeo a Bruxelles, gli eurodeputati con ogni probabilità voteranno, a scrutinio segreto, sull’elezione della presidente della Commissione indicata dai leader, Ursula von der Leyen. L’astensione di Giorgia Meloni sulla candidata, e il suo voto contrario ad Antonio Costa, primo presidente del Consiglio Europeo del Sud Europa dopo due belgi e un polacco, e all’Alta Rappresentante Kaja Kallas, non appare affatto, visto da Bruxelles, come uno strappo impossibile da ricucire. L’astensione su von der Leyen lascia aperta la via per una ricomposizione in Parlamento. Von der Leyen, per essere eletta, ha bisogno di almeno 361 voti: sulla carta Ppe, S&D e Renew ne hanno 399, ma i franchi tiratori potrebbero essere una sessantina, quindi, la base deve essere allargata, probabilmente sia a destra che a sinistra. Il premier olandese Mark Rutte, liberale, veterano del Consiglio Europeo e prossimo segretario generale della Nato, ha invitato a non drammatizzare troppo, dopo i voti di Meloni e Viktor Orban: "Penso che le cose si sistemeranno – ha detto – Meloni era chiaramente irritata dal fatto di non essere stata coinvolta, cosa che non è stata possibile perché non fa parte dei tre partiti centrali. Ma è la prima ministra dell’Italia ed è altamente rispettata". Meloni, ha aggiunto Rutte, "ha le sue idee su come questo processo avrebbe dovuto essere condotto e le ha espresse con chiarezza totale. Ma gli stretti legami personali che abbiamo rimangono". Del resto, ha ricordato, "l’ultima volta, nel 2019, non abbiamo concordato all’unanimità sui top jobs", dato che Angela Merkel dovette astenersi su von der Leyen. E' un po’ diverso questa volta, ma "non è strano: succede", ha notato Rutte. Nel 2014 David Cameron e Viktor Orban votarono contro Jean-Claude Juncker, ma "nel 2019 il Regno Unito non c’era più, eppure non abbiamo votato all’unanimità" sul primo mandato di Ursula von der Leyen. Non è solo Rutte a vedere laicamente l'astensione di Meloni. Anche se "non è chiaro esattamente che cosa vuole" la presidente del Consiglio, nota Janis Emmanoulidis, vice Ceo dello European Policy Centre, think tank con sede a Bruxelles, la sua astensione su von der Leyen, in realtà "è una buona notizia, un buon risultato" per la presidente della Commissione. Perché, "se Meloni avesse votato a favore, avrebbe creato problemi a von der Leyen in Parlamento", alienandole voti a sinistra. Se invece "avesse votato contro, avrebbe inviato un segnale chiaro a Fratelli d’Italia", che conta su ben 24 eurodeputati, "rispetto al quale sarebbe stato difficile fare marcia indietro". Anche il voto contrario ad Antonio Costa e Kaja Kallas, secondo Emmanoulidis, si può comprendere, poiché "se von der Leyen dovesse fallire" e cadere nel voto al Parlamento Europeo, Meloni "potrebbe dire che lei era contraria a Kallas e Costa e che, quindi", caduta von der Leyen, "si dovrebbe riaprire l’intero pacchetto" delle cariche apicali. Per Fabian Zuleeg, Chief Executive dell’Epc, Meloni ha giocato una partita essenzialmente a fini interni. Per la premier e leader di FdI, "era molto importante dimostrare che difende l’Italia. Ma alla fine – sottolinea – non ha impedito" che le nomine passassero. Il fatto è, nota, che nell’Ue "c’è ancora una maggioranza centrista", composta da partiti che "non hanno remore a mostrare i muscoli". Tuttavia, osserva, "non sappiamo che cosa accade dietro le quinte, e sicuramente qualcosa sta succedendo". Si tratterà soprattutto, dice Zuleeg, di vedere "quale portafoglio" avrà il commissario italiano e di "quanti soldi", cioè di che bilancio, potrà disporre. Ieri il ministro degli Esteri e vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, ha ripetuto che l’Italia mira ad avere un vicepresidente della Commissione, con un portafoglio di peso, possibilmente economico. In ogni caso, per Zuleeg la "narrativa" secondo la quale l’Ue non ascolta i cittadini è destinata a essere ripetuta sempre di più nei prossimi mesi, specie se ci sarà una seconda presidenza di Donald Trump negli Usa. L’accordo trovato sulle nomine lascia aperta la questione dei rinnovi di metà mandato del presidente del Consiglio Europeo e della presidente del Parlamento. "Alla fine dei due anni e mezzo – ha spiegato il premier portoghese Luis Montenegro (Psd, gruppo Ppe) – ci sarà la ricandidatura" di Costa, "oppure un’altra personalità". Bisognerà vedere quale sarà la composizione del Consiglio Europeo tra due anni e mezzo: potrebbe essere molto diversa dall’attuale. Mentre il Parlamento Europeo è eletto e rimane fisso per cinque anni, il Consiglio Europeo, e soprattutto il Consiglio Ue, colegislatore dell'Unione, varia nel tempo, seguendo i cicli elettorali nazionali. Il Ppe, nota Emmanoulidis, ha "buone probabilità" di riprendersi "due grandi Paesi, la Germania e la Spagna". Tajani ha chiarito che, se Costa avrà un secondo mandato, allora anche la maltese Roberta Metsola avrà diritto al terzo mandato alla guida del Parlamento, perché "è il Ppe che ha vinto le elezioni". Per il premier portoghese, comunque, l’accordo sulle nomine ha avuto nel Consiglio Europeo una maggioranza "schiacciante" e, pur "conoscendo la diversità di opinioni" tra le forze politiche, "ci sono tutte le condizioni per essere fiduciosi" in vista del voto in Parlamento. Per il premier del Psd "ci sono le condizioni per allargare" il consenso sulle cariche apicali, e in particolare su Ursula von der Leyen, "nelle prossime settimane". Anche per Montenegro, i voti di Meloni (astenuta su von der Leyen, contraria a Kallas e Costa) e Viktor Orban (contro von der Leyen, astenuto su Kallas, a favore di Costa) non sono un dramma: "Trovare punti di contatto tra 27 Stati membri – osserva – è un compito enormemente difficile. E’ complicato mettere d’accordo i leader di 27 Paesi ed è ancora più difficile quando appartengono a famiglie politiche diverse". Non è strano, dunque, che ci siano stati voti difformi, ma "il compromesso, tra Stati e famiglie politiche, è largamente maggioritario" e "tale da poter attrarre altre famiglie politiche" nelle prossime settimane. Montenegro pensa "per esempio" ai Verdi, che si sono già detti disponibili a votare von der Leyen, anche se un allargamento formale della maggioranza a loro creerebbe seri problemi interni al Ppe (la delegazione italiana, ha chiarito ancora ieri Tajani, è decisamente contraria). Oltre alle cariche apicali, il Consiglio Europeo ieri notte ha approvato 21 pagine di conclusioni, in materia di Ucraina, Medio Oriente, sicurezza e difesa, competitività, migrazioni, Mar Nero, Moldova, Georgia, minacce ibride, riforme interne, più l’agenda strategica per il 2024-29, che si estende per ben nove pagine. In tutto il testo delle conclusioni, spicca l’assenza di riferimenti a come finanziare i tanti obiettivi comuni che l’Ue si prefigge, ad esempio nel campo della sicurezza e della difesa. Anche laddove queste esigenze facevano capolino, come al punto 26, il riferimento è stato opportunamente sfumato: il Consiglio Europeo, si legge, invita la Commissione a presentare "opzioni" per "il finanziamento pubblico e privato per rafforzare la base tecnologica e industriale e ad affrontare le deficienze di capacità". Invece di "affrontare", la bozza chiedeva di "colmare" le carenze di capacità, formulazione giudicata un po’ troppo esplicita. Il motivo è sempre lo stesso e lo ha chiarito il prossimo segretario generale della Nato e leader uscente dei Frugali, Mark Rutte: gli Stati membri dell’Ue "devono guardare collettivamente a quello che si può fare" per rafforzare la difesa europea, ma "ci sono molte opzioni". Gli Eurobond, ha sottolineato Rutte, sarebbero "un passo enorme, un momento hamiltoniano. La Germania e alcuni altri Paesi non sono a favore". Per Zuleeg, tuttavia, "se due anni fa avessimo detto alle nostre industrie militari ‘compreremo le vostre munizioni, e poi troveremo il modo’" di pagarle, "certo sarebbe stato complicato e costoso", ma, "se lo avessimo fatto, non ci troveremmo in una situazione nella quale l’Ucraina non ha abbastanza proiettili e munizioni" per difendersi dall’invasore russo. La stessa agenda strategica, come nota Emmanoulidis, non è affatto "strategica", dato che è stata fatta la "scelta consapevole" di "tenere tutti a bordo". Il risultato è che, "con l’ambizione dell’unità, si mina l’ambizione". Leggendo le nove pagine dell’agenda, si resta colpiti dall’abbondanza di obiettivi, anche assai ambiziosi: per esempio, si assicura che "costruiremo le nostre capacità in settori chiave e tecnologie chiave per il futuro, come difesa, spazio, intelligenza artificiale, tecnologie quantiche, semiconduttori, 5G e 6G, salute, biotecnologie, tecnologie per emissioni zero, mobilità, farmaceutica, chimica e materiali avanzati". Tutti, o quasi, settori in cui l’Ue ha accumulato notevoli ritardi rispetto a Usa e Cina, per recuperare i quali occorrerebbero investimenti massicci. Ma questo aspetto cruciale nell’agenda strategica non viene menzionato: la stessa von der Leyen, l’anno scorso, ha dovuto rapidamente seppellire la sua idea di istituire un fondo sovrano Ue, per la decisa contrarietà di Germania e nordici. Si attende il rapporto di Mario Draghi, che più volte ha ‘fustigato’ i dirigenti europei su questo punto chiave ("please, do something", disse ai presidenti di commissione del Parlamento, nella primavera scorsa). Ma Zuleeg dubita che i rapporti possano smuovere le capitali: "Sono sicuro che conterrà molte cose giuste – dice – ma sono molto scettico sul fatto che vedremo una qualsiasi azione concreta. Perché qualsiasi azione concreta – conclude – comporta costi politici". —[email protected] (Web Info)

Ue, Fratelli d’Italia difende linea Meloni: “Schiena dritta”

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(Adnkronos) – "E' il suo schema di gioco preferito, quello che le riesce meglio. Come col governo Draghi, ma anche col Conte uno: nessun sostegno, ma con la schiena dritta sull'Ucraina" con l'ex numero 1 della Bce, "e pronti a sostenere i decreti sicurezza" dell'esecutivo M5S-Lega. A sentire chi è vicino alla premier Giorgia Meloni, lo strappo consumatosi ieri in Consiglio europeo – col no ad Antonio Costa e Kaja Kallas, ma la mano tesa della presidente del Consiglio Ursula von der Leyen – non avrà contraccolpi sul ruolo dell'Italia nella prossima Commissione europea.  "Avremo quel che ci spetta", è la convinzione, nonostante Roma abbia giocato nella notte il ruolo del 'bastian contrario'. Certo, da qui al 18 luglio – data della Plenaria che, salvo sorprese, dovrebbe incoronare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, consegnandole il bis – ad attendere la presidente del Consiglio giorni complessi, di strategie e trattative sotto traccia. Con l'obiettivo fermo di portare a casa una vicepresidenza e un commissario con un portafoglio di peso. Raffaele Fitto? "Sì, è sempre in pista – spiegano le stesse fonti -. Ma è chiaro che un eventuale ruolo deve rispecchiare la partita che Raffaele sta giocando in casa da un anno e mezzo ormai". Ovvero Pnrr, coesione territoriale e nuovi strumenti finanziari in capo all'Unione.  "Così da oliare da Bruxelles – il ragionamento – il dialogo con Roma, che dovrebbe fare a meno di Raffaele su materie fondamentali". Perché non è un segreto che la premier si fidi ciecamente del ministro salentino, e le costi molto privarsi di un super fedelissimo con 4 deleghe all'attivo. Che, viene inoltre ribadito dai beninformati, non verrebbe mai sostituito dando vita a un rimpasto di governo: semmai Fitto dovesse fare la valigie per Bruxelles, le sue deleghe verranno ridistribuite, con un ruolo di peso per Palazzo Chigi e i suoi due sottosegretari, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. E un sottosegretario agli Affari europei di nuova nomina da individuare anche più avanti. Nella notte, al termine del Consiglio europeo che ha dato il via libera alle nomine, la premier ha provato a difendersi dalle critiche di chi le attribuiva la responsabilità di aver isolato l'Italia con la sua scelta di non avallare il 'pacchetto' dei top jobs: "Penso che il ruolo dell'Italia non sia quello di aspettare quello che fanno gli altri e accodarsi. Io sono sempre stata convinta che la leadership è quando qualcuno si accorge che tu esisti", le parole di Meloni. Non la pensano così le opposizioni e in particolare il leader del M5S Giuseppe Conte, secondo il quale Meloni ieri al Consiglio europeo "ha condannato l'Italia all'irrilevanza rispetto al nuovo governo europeo".  Dalla pattuglia parlamentare di Fdi al Parlamento europeo arrivano invece parole positive per il lavoro di Meloni. Per Carlo Fidanza, quello dell'isolamento è "un ritornello stanco": l'eurodeputato rivendica con orgoglio il fatto che Meloni sia stata l'unica leader dei 27 a non votare per nessuno dei 3 candidati, "con buona pace di chi diceva che si era fatta normalizzare". Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti europei, evidenzia "il segnale chiaro" inviato da Meloni all'Europa: "La Ue – spiega – non può continuare ad essere guidata dal circolo chiuso delle stesse forze politiche, ignorando il voto dei cittadini che ha spostato l'asse politico più a destra e facendo finta che nulla sia cambiato". E tra le file dei Conservatori non manca chi lancia frecciate all'indirizzo del premier ungherese Viktor Orban, che ha votato contro il bis di von der Leyen dicendo sì a Costa e astenendosi invece su Kallas. Naufragata la trattativa per un eventuale ingresso del primo ministro sovranista nella famiglia politica europea di Meloni, quella di Ecr, ora il partito di Orban (Fidesz) potrebbe dar vita insieme ai polacchi del Pis – che attualmente fanno parte dei Conservatori – a una nuova formazione politica di stampo sovranista: "Orban – osserva una fonte – ha votato a favore dell'unico socialista della triade, che è Costa. Quindi che gruppo intende fare, se vota il più socialista di tutti? Strano come voto, da parte di uno che vorrebbe formare un gruppo delle ultra-destre…". In Ecr viene dato un relativo peso alle minacce dei polacchi, che per bocca dell'ex primo ministro polacco Mateusz Morawiecki hanno paventato un possibile addio a Ecr: "Stanno trattando posizioni all'interno del gruppo". —[email protected] (Web Info)

SuperEnalotto, numeri combinazione vincente oggi 28 giugno

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(Adnkronos) – Nessun '6' né '5+1' all'estrazione del Superenalotto di oggi. Realizzati, invece, quattro '5' che vincono 31.455,65 euro ciascuno. Il jackpot per il prossimo concorso sale a 42 milioni di euro. La schedina minima nel concorso del SuperEnalotto prevede 1 colonna (1 combinazione di 6 numeri). La giocata massima invece comprende 27.132 colonne ed è attuabile con i sistemi a caratura, in cui sono disponibili singole quote per 5 euro, con la partecipazione di un numero elevato di giocatori che hanno diritto a una quota dell'eventuale vincita. In ciascuna schedina, ogni combinazione costa 1 euro. L'opzione per aggiungere il numero Superstar costa 0,50 centesimi. La giocata minima della schedina è 1 colonna che con Superstar costa quindi 1,5 euro. Se si giocano più colonne basta moltiplicare il numero delle colonne per 1,5 per sapere quanto costa complessivamente la giocata. Al SuperEnalotto si vince con punteggi da 2 a 6, passando anche per il 5+. L'entità dei premi è legata anche al jackpot complessivo. In linea di massima: – con 2 numeri indovinati, si vincono orientativamente 5 euro; – con 3 numeri indovinati, si vincono orientativamente 25 euro; – con 4 numeri indovinati, si vincono orientativamente 300 euro; – con 5 numeri indovinati, si vincono orientativamente 32mila euro; – con 5 numeri indovinati + 1 si vincono orientativamente 620mila euro. E' possibile verificare eventuali vincite attraverso l'App del SuperEnalotto. Per controllare eventuali schedine giocate in passato e non verificate, è disponibile on line un archivio con i numeri e i premi delle ultime 30 estrazioni. La combinazione vincente del SuperEnalotto oggi è 21, 26, 33, 34, 45, 86. Jolly: 28. SuperStar: 80.  —[email protected] (Web Info)

Sassari, assalto al caveau Mondialpol: spari e auto date alle fiamme

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(Adnkronos) – Commando di rapinatori in azione a Sassari, colpo alla sede della Mondialpol. Una banda di almeno dieci malviventi è entrata in azione della frazione di Caniga, alle porte della città. Dopo aver bloccato le strade intorno, con auto date alle fiamme, hanno utilizzato un escavatore per raggiungere il caveau. Nel frattempo sono arrivate le forze dell’ordine e i banditi hanno esploso diversi colpi di pistola. Sei mesi fa i banditi avevano preso d'assalto il portavalori a pochi chilometri da Sassari, il bottino era stato di 4 milioni di euro.  —[email protected] (Web Info)

Reddito di maternità, la proposta di Gasparri: mille euro al mese per le mamme

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(Adnkronos) – Un disegno di legge per l''Istituzione del reddito di maternità', che costituisce un beneficio economico concesso su richiesta alle donne cittadine italiane residenti, che si rivolgono ad un consultorio pubblico, o una struttura sanitaria abilitata dalla Regione o ad un medico di fiducia. Con l'obiettivo di mobilitare risorse e individuare soluzioni di sostegno alle donne per affrontare il disagio economico e sociale che alimenta la crisi demografica in Italia. A firmare la proposta il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, che la presenterà in una conferenza stampa in programma mercoledì prossimo, 3 luglio, alle 13.  Immediata la reazione del Pd. Di "pura propaganda fatta sulla pelle delle donne, oltre tutto da parte di chi ha abolito il reddito di cittadinanza" parla la senatrice Dem Cecilia D'Elia, mentre per la collega di partito Valeria Valente “il senatore Gasparri provoca sapendo di farlo, questa volta proponendo un ddl per l’inserimento di un reddito di maternità di 1000 euro al mese fino ai 5 anni del figlio/a alla donna con problemi economici che decide di non abortire".  "Non so se è la solita provocazione a cui ci ha abituato Gasparri, ma certo la sua proposta ha dell'aberrante: chi ha cancellato il Reddito di cittadinanza ora parla di reddito di maternità promettendo denaro a chi non abortisce. Mi sembra un'invadenza perversa nella vita delle donne", reagisce il capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Francesco Boccia. "La serenità per mettere al mondo un figlio si raggiunge con la consapevolezza di poter contare su misure di contrasto al lavoro precario, all'emergenza abitativa, con l'aiuto per rientrare nel lavoro dopo la gravidanza. Quello che propone Gasparri -prosegue il presidente dei senatori Dem- è un ricatto economico sulla pelle delle donne. L’aborto non è mai una scelta facile ma è un diritto. E le donne che decidono di abortire non possono essere trattate come delle persone inconsapevoli che hanno bisogno di essere convinte con dei contributi economici. Siamo davanti ad un insulto alle donne. Quando ci troviamo di fronte ad aborti siamo di fronte, probabilmente, a gravidanze indesiderate e la scelta delle donne va rispettata, non indotta economicamente. Forse Gasparri – conclude Boccia – non ha letto l’intervista di Marina Berlusconi ma con questa proposta sta trasformando Fi in un partito confessionale".  "Boccia -replica Gasparri- non ha letto nulla nella vita. Parla con toni sprezzanti e da autentico ignorante portatore di odio e offese. Io non abolisco nessuna norma della 194 e non impedisco con questa mia proposta a nessuna donna di abortire. Dico semplicemente, a differenza dell’insultatore Boccia che non legge le leggi, che per attuare la 194 e il soccorso alle donne di cui si parla in quella norma non bastano i discorsi, ma anche fatti concreti. Offrire la possibilità di un reddito di maternità, che si può rifiutare e proseguire nella propria scelta di abortire, è un’opportunità.  "Boccia -conclude l'esponente azzurro- parla da arrogante, con toni nazisti nemico della vita. Mi dispiace che dopo tanti anni di politica sia così fazioso e così impreparato, ma per questo è rimasto sempre su posizioni sbagliate”.  —[email protected] (Web Info)

Biden, il comizio nel day after: “Chi cade si rialza” – Video

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(Adnkronos) – "Posso fare questo lavoro. Non sono più un ragazzo, ma posso farcela. Altrimenti non mi candiderei". Joe Biden prova a rialzarsi dopo il disastroso confronto tv con Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti sale sul palco di Raleigh, in North Carolina, per un comizio. E sembra ritrovare la grinta mancata nel duello di 24 ore prima. —internazionale/[email protected] (Web Info)

Usa, ex consigliere di Trump Steve Bannon in carcere entro lunedì

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(Adnkronos) –
L'ex consigliere di Donald Trump Steve Bannon dovrà recarsi in carcere entro lunedì, dopo che la Corte Suprema ha respinto il suo ricorso. Svanito, quindi, il tentativo dell'ultimo minuto di Bannon di evitare la condanna a quattro mesi per aver sfidato le citazioni in giudizio della commissione del 6 gennaio. Bannon è stato condannato a Washington per due capi d'imputazione per oltraggio al Congresso quasi due anni fa, nel luglio 2022, e condannato a quattro mesi di prigione nell'ottobre 2022. Il giudice distrettuale statunitense Carl Nichols aveva sospeso la sua condanna durante la richiesta di appello, che è stata respinta a maggio. Nichols ha ordinato a Bannon di presentarsi in prigione entro il primo luglio, affermando che non vi sono basi per continuare a rinviare la sentenza. —internazionale/[email protected] (Web Info)