(Adnkronos) – Il Fascicolo sanitario elettronico, la cartella digitale con i dati clinici consultabili con un clic che tutti gli italiani dovrebbero avere per migliorare e velocizzare l’assistenza e le cure in modo omogeneo sul territorio, entra nella ‘fase 2.0’. E' stato presentato a Roma, con l’evoluzione del progetto dalla fine del 2022 ad oggi, dai sottosegretari Alessio Butti e Marcello Gemmato, rispettivamente alla presidenza del Consiglio per l’innovazione e alla Salute. “Uno strumento che la tecnologia oggi ci offre per curare meglio gli italiani", lo definisce Gemmato. "Abbiamo superato le criticità e ci avviamo tra i primissimi in Europa a licenziare il Fascicolo sanitario elettronico. Con la collaborazione con il Garante della privacy abbiamo blindato i dati e ciascuno di noi potrà oscurare alcuni livelli di accesso. Oggi – ha aggiunto – si possono caricare su Fascicolo: referti, verbali di pronto soccorso, prescrizioni farmaci, cartelle cliniche, vaccinazioni, una serie di dati importanti e che possono contribuire anche a superare l’inappropriatezza delle indagini diagnostiche. Potremmo mostrare anche le prescrizioni dei farmaci che ci servono in tutta Europa così da non compromettere l’aderenza terapeutica” “Abbiamo deciso di fare una operazione di trasparenza, già oggi i cittadini potranno verificare il ‘cantiere‘ di evoluzione e implementazione del Fascicolo che esiste in tante regione ma noi vogliamo renderlo interoperabilità. Un soggetto di comunicazione sanitaria omogenea sul territorio”, ha detto Butti. Le risorse per questo progetto “cubano 1,3 mld, di questi 300 mln sono per il potenziamento strutturale delle regioni in questo ambito – ha ricordato Butti – Abbiamo preso per mano le regioni meno attente e sensibili e le abbiamo portate ad un livello omogeneo con le altre”. È previsto un decreto sull‘’ecosistema dei dati’ che permetterà di scorporare i singoli dati di ogni prestazione e rendere davvero sanitario il Fascicolo. "Entro la fine del 2024 si potranno consultare sul Fascicolo sanitario elettronico: il possibile pagamento dei ticket; la scelta e la revoca del medico; le prenotazioni online e la consultazione del referto di una indagine diagnostica", ha precisato Butti. "Siamo oggettivamente conviti di poter anticipare la data del 2026, prevista per l'avvio definitivo del Fascicolo, vogliamo coinvolgere tutti soprattutto i cittadini e i medici", ha aggiunto Butti. Il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) "avrà una ricaduta importante sulla vita quotidiana dei cittadini: semplificherà l’accesso ai servizi sanitari e aiuterà a garantire continuità assistenziale ovunque ci si trovi. Il Fse è una delle più grandi sfide portate avanti con il Pnrr Missione Salute e ci aiuterà a creare un sistema efficiente, meno costoso e capace di dare risposte tempestive ai bisogni di salute, grazie all’omogeneità e all’interoperabilità dei dati contenuti, garantita su tutto il territorio nazionale. I dati forniti dal Cruscotto di monitoraggio del dipartimento per la Transizione digitale ci dicono che la cultura della sanità digitale sta facendo progressi. Nella maggioranza delle Regioni sul Fse sono già attivi i servizi di base: nell’81% delle Regioni si può scegliere e revocare il medico di famiglia; nell’81% si possono richiedere o rinnovare le esenzioni; nel 71% si prenotano prestazioni del Ssn, nel 67% si possono anche pagare ticket e prestazioni". Così il ministro della Salute Orazio Schillaci nel suo intervento a Roma all'evento 'L'innovazione nel sistema sanitario nazionale – Il Fascicolo sanitario elettronico per modernizzare la sanità'. "Abbiamo portato avanti un rilevante adeguamento tecnologico, che ha toccato più di 1000 strutture – fra ospedali e territorio. Ed è stato varato il Piano di formazione rivolto ai professionisti della sanità che entro il 2026 coinvolgerà 666 mila operatori", ha aggiunto. "In questa sfida è essenziale il pieno coinvolgimento sia di tutti gli operatori della sanità, che devono alimentare il Fse e sostenerne un uso diffuso, sia degli stessi cittadini, che devono prendere dimestichezza con lo strumento e comprendere quanto sia importante per loro. È essenziale – precisa il ministro – la collaborazione dei medici, delle strutture sanitarie, dei farmacisti. Per questo, a maggio, è partita una campagna informativa, rivolta sia al personale sanitario e ai cittadini, che si svilupperà ulteriormente nel corso dell’anno". Lo sviluppo del Fascicolo sanitario elettronico "non è omogeneo in tutta Italia. Le Regioni partivano da livelli diversi, ma ovunque c’è una crescita – e questo è positivo – un consolidamento di questa innovazione. Ad esempio è al di sopra dell’80% la percentuale di medici di famiglia e pediatri che in un dato periodo hanno effettuato almeno un’operazione sul Fse, 'operazione' che può riferirsi anche a una ricetta dematerializzata. Se guardiamo all’Europa – osserva Schillaci – emerge il primato dell’Italia su Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, che hanno prodotti tecnologici meno avanzati del nostro. L’Italia è al primo posto nella realizzazione di un FSE diffuso su tutto il territorio, completo di dati e funzionalità per l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari". Il Fascicolo sanitario "sta diventando la perla, il traino dell’Italia digitale, che insieme alla telemedicina e alla digitalizzazione delle strutture sanitarie avvicinerà la sanità ai cittadini e favorirà una presa in carico più integrata – ribadisce il ministro – Entro il prossimo anno l’85% dei medici dovrà alimentare il Fse. Ma già adesso quasi il 96% lo utilizza almeno per le prescrizioni. Entro il 2026 tutte le Regioni dovranno usarlo ed entro il 2030 tutti i cittadini dovranno poter accedere ai propri dati. E lo strumento si prepara già ad essere potenziato, con il decreto in lavorazione per il 'Fse 2.1', arricchito di contenuti e servizi, come ad esempio i piani terapeutici, la dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti, i certificati di idoneità all’attività sportiva". "Nel frattempo, stiamo portando avanti un lavoro rilevante per lo scambio transfrontaliero dei dati sanitari con finalità di cura. Chi è in viaggio potrà ottenere i farmaci prescritti in Italia anche in una farmacia di un altro Stato Ue. Arriverà poi l’Ecosistema dei dati sanitari, alimentato con le informazioni del Fse: uno strumento innovativo di raccolta e analisi dei dati, sia con finalità di prevenzione, diagnosi e cura, sia per attività di ricerca, programmazione e governo. Anche su questo abbiamo un primato in Europa. Abbiamo rimesso in moto lo sviluppo del Fse, ma ora dobbiamo correre e ognuno deve fare la propria parte: le istituzioni, le Asl, gli operatori sanitari, i cittadini – conclude Schillaci – È importante far capire le opportunità che ci offre il nuovo Fascicolo sanitario elettronico e superare le eventuali resistenze, che vanno tenute in conto soprattutto quando pensiamo a una popolazione anziana o alle diseguaglianze nella capacità di accesso alle tecnologie". —[email protected] (Web Info)
Salute, dermatologo Paro Vidolin: “Social utile per informazione a giovani e anziani”
(Adnkronos) – “L'utilizzo dei canali social per la divulgazione medica e scientifica è sicuramente utile per i pazienti più giovani, che sono poi quelli che fruiscono maggiormente” di questi sistemi, ma è “improntate” anche “per le persone più anziane che” sempre più digitali, in questo modo, “non rimangono indietro”, ma restano aggiornate e informate in temi di salute. Del resto il canale social “può essere molto utile per” fornire consigli “di prevenzione” delle malattie e “per far conoscere in maniera immediata patologie che magari sono sconosciute”. Così Andrea Paro Vidolin, responsabile Centro Fotodermatologia dell'ospedale Israelitico di Roma, all’Adnkronos, commenta il ruolo del medico, in particolare del dermatologo, sui social, anche come influencer. (Video) “Sicuramente negli ultimi anni il rapporto tra medico e paziente è molto cambiato” perché “non si sviluppa più solamente in ambulatorio, ma anche su web, nei canali social – continua Vidolin – Ritengo che questo sia sicuramente una cosa molto importante per quanto riguarda la divulgazione” di temi legati alla salute a una più vasta popolazione. Con i social, anche in base alla “mia esperienza – osserva il dermatologo – sicuramente si riesce a raggiungere i pazienti in maniera molto più veloce e ad eliminare anche quella barriera che a volte, in ambulatorio, c’è tra il medico e il paziente. Naturalmente tutte queste” interazioni “devono essere fatte in maniera molto professionale, basate su pubblicazioni scientifiche e su articoli scientifici”, cosa poco utilizzata nei social. Il medico specialista, su Instagram, Facebook o TikTok si trova però più vincolato, anche se più titolato, di altri influencer, nel dare consigli in questioni di salute. “Probabilmente le regole dell'informazione medica vanno assolutamente cambiate – afferma Vidolin – Noi dobbiamo rispettare, questo è giusto, un codice deontologico in ambulatorio, ma sui canali social, a volte, ci troviamo un pochino limitati. Probabilmente un codice deontologico più moderno e a passo con i tempi sarebbe sicuramente necessario per rinnovare questo rapporto con i pazienti”. A volte “la risposta che dobbiamo dare sui social è quella di rivolgersi al proprio farmacista o al proprio medico di fiducia, ma” come specialisti, “forse, poter dare qualche indicazione su qualche terapia, magari su qualche dermocosmetico o su qualche farmaco più semplice, potrebbe essere utile – conclude – per aiutare i nostri pazienti”. —[email protected] (Web Info)
Tumori, il report: cure mirate e test genomici non omogenee in Italia
(Adnkronos) – Non sono ancora realtà in tutt'Italia i 'Molecular tumor board', organismi composti da vari specialisti, che valutano i risultati dei test di profilazione genomica e individuano le opzioni terapeutiche per i pazienti con tumore in fase avanzata, per i quali non ci sono terapie disponibili. Organismi chiave nella medicina personalizzata contro il cancro. Secondo l'analisi presentata oggi a Roma da Cittadinanzattiva, mancano all’appello la Basilicata e le province autonome di Bolzano e Trento. Per il Lazio risulta un Mtb a livello aziendale e in Friuli Venezia Giulia una delibera con la proposta di istituirlo. Veneto, Toscana, Liguria, Campania, Piemonte/Valle D’Aosta, Sicilia, Puglia, Calabria, Abruzzo, Umbria hanno deliberato il Molecular tumor board prima della legge 233/2021 e del successivo decreto ministeriale 30 maggio 2023, che lo hanno istituito. A seguito del decreto hanno deliberato o aggiornato la precedente direttiva Liguria, Sardegna, Umbria, Abruzzo, Veneto, Emilia Romagna, Sicilia, Marche, Molise e Lombardia, quest’ultima di recente emanazione. Per quanto riguarda invece i Centri specialistici che utilizzano le tecnologie di profilazione genomica con Ngs (Next Generation Sequencing), è stata effettuata una ricognizione regionale per individuare le strutture attive sia in regime pubblico che in privato convenzionato. Anche in questo caso la situazione è eterogenea, anche sui numeri. Ad esempio, Lombardia e Sicilia sono le regioni con più strutture a fronte di Abruzzo, Basilicata, Molise, PA di Bolzano e Sardegna che contano un centro per l’esecuzione di questi test. Il Molise si è 'appoggiato' al Pascale di Napoli (con protocollo d’intesa) in attesa di individuare un centro al Cardarelli di Campobasso. Altre regioni hanno individuato i centri per aree geografiche/organizzazione territoriale o aree vaste, come ad esempio la Calabria, l’Emilia Romagna, le Marche, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana. La Liguria ha adottato un sistema Hub & spoke. Non è stato possibile stilare un elenco puntuale di centri per tutte le Regioni per la difficoltà a reperire l’eventuale delibera o perché si è ancora in attesa di emanazione (Campania, Lazio, PA di Trento, Puglia, Umbria). “L’Osservatorio civico sulla medicina personalizzata ha condotto questo lavoro con l’obiettivo di proporre alle Istituzioni nazionali alcune azioni concrete ed orientate a offrire soluzioni nel breve e nel lungo periodo per implementare il modello della medicina di precisione nel nostro Paese e per garantire equità di accesso ai test Ngs e alle terapie mirate – commenta Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva – Tra le priorità ne indichiamo due come particolarmente urgenti: la costituzione e la piena operatività del Centro di coordinamento nazionale unico dei Mtb; la previsione nella prossima Legge di Bilancio di risorse aggiuntive al Fondo per il potenziamento dei test Ngs, in attesa che gli stessi vengano inseriti nei Lea di cui auspichiamo un rapido aggiornamento nel corso del 2025". Fra le altre proposte nel documento, da attuare nel 2024 a livello regionale, completare l’istituzione e rendere realmente operativi i Mtb regionale nell’ambito della Rete Oncologica Regionale; procedere all’identificazione dei Centri specialistici di profilazione molecolare con metodica Ngs, definendo quali Centri/Laboratori eseguiranno profilazione di primo e di secondo livello; implementare percorsi per l’accesso alla medicina personalizzata nell’ambito di ogni Pdts per patologia. Si chiede, inoltre, entro il 2025-2026 di garantire l’entrata in vigore del decreto tariffe, come previsto il primo gennaio 2025, senza ulteriori proroghe, e avviare contestualmente il processo di aggiornamento dei Lea, affinché i cittadini possano accedere in tempi certi alle nuove opportunità di cura; e di inserire nei nuovi Lea i test Ngs e prevedere nel nuovo nomenclatore tariffario una specifica codifica (codice prestazione) ai fini dell’appropriatezza. —[email protected] (Web Info)
Salute, solo 1 italiano su 2 fa prevenzione cardiovascolare
(Adnkronos) – Il 54% degli italiani ritiene di non essere a rischio: al contrario, le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte sia in Italia (30,8%) sia in Europa. Anche nel continente, infatti, pesano per il 32%seguite da quelle oncologiche (22%). Solo un italiano su due dichiara di fare "qualcosa" per la prevenzione cardiovascolare (e solo 1 su 10 ritiene di fare "molto"), concentrandosi sull’alimentazione (50%), sul movimento e sull’attività fisica (39%). A effettuare controlli ed esami medici regolari è il 18% e solo l’11% dichiara d’impegnarsi a ridurre il fumo. Gli ostacoli che rallentano le azioni preventive sono molteplici: modifica dello stile di vita (39%), scarsa consapevolezza del rischio (33%), mancanza di informazioni su cosa fare per la prevenzione (27%) e scarsa comunicazione/supporto da parte del medico (21%). Certamente non tutti rischiano in egual modo: la percentuale aumenta in chi ignora le prescrizioni mediche di prevenzione, forse a causa di un’errata percezione del pericolo. Un bias cognitivo che ha ricadute dirette sia sulla salute dei cittadini sia sul Ssn, poiché le malattie cardiocircolatorie sono la prima fonte di spesa sanitaria. Una strategia adottabile per invertire questa tendenza è introdurre protocolli innovativi in grado di identificare meglio i soggetti più a rischio proponendo interventi preventivi mirati. Per poterlo fare, però, occorrono piani di prevenzione primaria personalizzati: a una maggiore precisione, infatti, corrisponde altrettanta efficacia. Consapevole di questa urgente necessità, il Parlamento ha approvato un emendamento alla legge di Bilancio 2023 (concernente il finanziamento da parte del ministero della Salute di 20 milioni di euro per il quadriennio 2023-2026, ai fini dell’attuazione della linea progettuale, prevista nell'ambito del Pnrr "Valorizzazione e potenziamento della ricerca biomedica del Ssn", Missione 6, Componente 2, Investimento 2.1.), finanziando "Al Cuore della Prevenzione – Approcci integrati per una prevenzione cardiovascolare di precisione personalizzata: lo studio Cvrisk-It", la più importante iniziativa promossa sul tema delle malattie cardiache nel nostro Paese. I dettagli dello studio, quadriennale, fortemente innovativo, sono stati illustrati questa mattina alla Camera dei deputati in una conferenza stampa promossa dalla Rete Cardiologica Irccs alla quale aderiscono 20 Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (retecardiologica.it). L’obiettivo principale del progetto – riporta una nota – è valutare l’efficacia di una modifica al paradigma valutativo di prevenzione sin qui adottato. Gli attuali modelli algoritmici di previsione si basano infatti su fattori individuali: età, sesso, abitudine al fumo, pressione arteriosa e livelli di colesterolo. Sfugge a questi indicatori predittivi una zona grigia in cui il pericolo di malattia cardiovascolare, pur presente, non è ancora elevato; le linee guida cliniche raccomandano di considerare ulteriori elementi di stima detti "modificatori del rischio" sebbene l’effettivo beneficio del loro "ingresso" nella pratica valutativa non sia ancora confortato da informazioni definitive. Il progetto della Rete Cardiologica – si legge – fornirà le risposte ai quesiti mancanti introducendo nel trial tre modificatori di rischio: la componente ereditaria (valutata mediante i cosiddetti polygenic risk scores), la presenza e la quantità di calcio coronarico (identificata tramite angio-Tac senza mezzo di contrasto) e l'analisi dell'arteria carotidea (mediante ecografia doppler) per rilevare eventuali segni di danno d'organo subclinico. Conoscere meglio questi ulteriori fattori modificanti dovrebbe consentire – ritengono i ricercatori di Cvrisk-It – di intervenire con maggiore personalizzazione, di determinare una migliore aderenza alle prescrizioni, di modificare lo stile di vita e di attivare trattamenti specifici. Lo studio – di intervento, randomizzato, controllato e diviso in due fasi – ha caratteristiche di unicità anche sotto il profilo dimensionale: grazie al contributo di istituzioni, centri di assistenza primaria, agenzie governative e organizzazioni di volontariato coordinate dalla Rete, dopo il passaggio autorizzativo ai Comitati etici degli Irccs (Hub) e delle altre strutture coinvolte – prevalentemente ospedali (Spoke) – è infatti previsto il reclutamento di 30 mila individui sani di età compresa tra 40 e 80 anni, senza precedenti di cardiovascular disease (Cvd) o diabete di tipo 2. Questo primo campione – dettaglia la nota – sarà sottoposto a valutazioni a 12 mesi in base ai più avanzati modelli di predizione del rischio cardiovascolare. I soggetti ai quali sarà diagnosticato un rischio“molto alto” saranno sottoposti al trattamento raccomandato dalle linee guida. Gli altri, invece – con rischio "da basso a moderato" o "alto" –, saranno randomicamente avviati ai tre nuovi approcci metodologici. In seguito, riceveranno informazioni specifiche e consulenze personalizzate su come condurre uno stile di vita sano, basate sul profilo di rischio cardiovascolare stimato. Gli esiti del trial offriranno a operatori sanitari e responsabili delle politiche sanitarie gli strumenti per una migliore identificazione delle malattie cardiovascolari, per l’innalzamento dell’efficacia dei livelli di prevenzione e per la formulazione di protocolli di gestione sempre più adeguati. "La prevenzione primaria è una delle priorità del ministero della Salute – il commento del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato – perché grazie alla capacità di intercettare la malattia prima che essa si conclami è possibile garantire più salute al cittadino e allo stesso tempo assicurare la necessaria sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’iniziativa è un ottimo esempio di innovazione, condivisione in rete dei dati su tutto il territorio nazionale e quindi esempio virtuoso di un nuovo approccio alla gestione anticipata delle patologie croniche. Queste ultime, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, costituiscono un ambito di intervento su cui siamo chiamati ad agire proattivamente e con tempestività, favorendo ampia conoscenza dei fattori di rischio e consapevolezza dei comportamenti più adeguati ad evitarle. In tal senso, il Ministero della Salute ribadisce il proprio impegno a sostegno della ricerca e dell’educazione sanitaria". Per il presidente Rete Cardiologica Irccs, si tratta di "un progetto ambizioso, che prevede una innovativa forma di consenso informato, con un numero di partecipanti molto alto e una diffusione nazionale completa. La Rete Cardiologica sarà attore e principale interprete dello studio, con l’adesione attiva di 17 Irccs – ed è la prima volta che un così grande numero di Istituti lavora insieme per produrre un’infrastruttura scientifica tanto importante per migliorare la prevenzione cardiovascolare. Siamo molto soddisfatti di averne messo a punto e completato il disegno e nutriamo la convinta speranza di riuscire a raggiungere gli obiettivi, che non sono assolutamente scontati. Ci aspettiamo che Cvrisk-It riesca a migliorare in modo sostanziale la prevenzione cardiovascolare e contribuisca a rendere la popolazione ancora più consapevole dell’importanza di proteggere attivamente la propria salute". "Lo studio Cvrisk-Ii – ha evidenziato Ilenia Malavasi, membro della XII Commissione Affari sociali della Camera – è stato fortemente voluto dal Parlamento perché siamo certi che darà un contributo importante allo sviluppo di strategie sempre più efficaci per la prevenzione e la gestione della malattie cardiovascolari in Italia. Per la prima volta, infatti, tutti gli Irccs della Rete Cardiologica lavoreranno per sviluppare strategie di prevenzione primaria integrate, più precise e personalizzate. Ricordo che in Italia, come nella gran parte dei Paesi occidentali, le patologie cardiovascolari rappresentano oggi la prima causa di morte o invalidità nella popolazione adulta, ma, grazie all’innovazione terapeutica e alla prevenzione, un numero significativo di decessi potrebbe essere evitato. È evidente, dunque, l'urgenza di avviare ogni iniziativa utile per mettere al centro la prevenzione come investimento per il benessere dei cittadini, a partire dalla definizione di un programma di screening, che risulta a tal fine fondamentale". Alla conferenza è intervenuto anche Giovanni Leonardi, capo del Dipartimento One Health del ministero della Salute secondo il quale "il Parlamento ha individuato ilo valore aggiunto delle Reti Irccs come riferimento per questo specifico progetto e quello sulle cellule Car-T, finanziandoli entrambi. Per questo – ha detto ancora – rivolgo a tutti i parlamentari un profondo ringraziamento". Il progetto sarà presentato domani e sabato alla comunità scientifica e agli stakeholder all’Irccs Policlinico San Donato di Milano, capofila del progetto. —[email protected] (Web Info)
Miani (Sima), ‘da sabbia in arrivo dal Sahara rischi per bimbi, anziani e asmatici’
(Adnkronos) – "La nuova ondata di polvere del Sahara che raggiungerà questa settimana l'Europa sudorientale e il Mediterraneo orientale rischia di avere effetti negativi sulla qualità dell’aria e sulla salute di milioni di cittadini". Lo evidenzia la Società italiana di medicina ambientale (Sima), commentando l’allarme lanciato dal servizio meteo della Ue, Copernicus. "Ciò che arriva dal Sahara non è la sabbia, poiché i granelli per dimensione e peso non possono essere trasportati per lunghe distanze, bensì le polveri più sottili con un diametro medio di 20 micron che ricoprono il deserto nordafricano – spiega il presidente Alessandro Miani – Polveri che possono elevarsi fino a 10 mila metri di altitudine ed essere trasportate per migliaia di chilometri, arrivando in Italia. Si stima che dal Sahara si sollevino ogni anno circa 180 milioni di tonnellate di polveri che vanno ad aggiungersi al Pm2.5 e Pm10 già presente in atmosfera, con ripercussioni – avverte – sul fronte della salute pubblica". "I soggetti più a rischio sono bambini, anziani, cardiopatici e chi soffre di malattie respiratorie, a partire dall’asma – prosegue Miani – Le polveri infatti possono avere anche metalli pesanti al loro interno e unirsi alle sostanze inquinanti già presenti nell’aria, e finiscono per essere inalate dall’uomo. Non a caso uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale 'Occupational and Environmental Medicine' ha accertato un aumento dei ricoveri ospedalieri per cause respiratorie in presenza di polveri sahariane nell’aria. Come Sima il consiglio è quindi quello di evitare il più possibile l’esposizione alle polveri desertiche – chiosa – specie per i soggetti che già soffrono di malattie o disturbi respiratori”. —[email protected] (Web Info)
Il punto su Dengue, Vaia: “Tra i primi in Ue a varare misure, ad oggi la zanzara Aedes aegypti in Italia non c’è”
(Adnkronos) – La Dengue "non deve destare allarme" e la zanzara vettore, l'Aedes aegypti, "non è – ad oggi – presente in Italia, grazie a questo grande lavoro che abbiamo messo in campo come ministero e di cui siamo orgogliosi. Siamo tra i primi paesi in Europa ad aver varato le azioni necessarie di prevenzione anti-Dengue, che così come dice il nostro ministro, la prevenzione è centrale nell'azione di questo dicastero. E noi concretamente lo stiamo facendo". Così' all'Adnkronos Salute il direttore della Prevenzione del ministero della Salute Francesco Vaia. Oggi i nuovi dati dell'Iss sui casi di Dengue in Italia, 259 contagi confermati dall'inizio dell'anno ad oggi e tutti importati. "Noi vogliamo che l'Aedes aegypti non attecchisca in Italia e che la Dengue non determini quello che ha determinato in altri paesi, tanti casi e decessi", chiarisce Vaia. "Tutto ciò che accade nel mondo ci riguarda. Soprattutto in un mondo globalizzato, i 7 mln e mezzo di casi di Dengue e gli oltre 3mila morti – prevalentemente in America Latina – non potevano non determinare delle azioni da parte del ministero della Salute – osserva Vaia – Quindi tra i primi in Europa e nel mondo, e infatti l'Oms Europa ci ha chiesto di intervistarci per capire cosa abbiamo fatto e i nostri dati, abbiamo disposto 3 circolari tra febbraio e marzo. I provvedimenti disponevano alcune misure per le Usmaf, che sono le nostre unità territoriali di sanità transfrontaliera che operano prevalentemente nei porti degli aeroporti, per le regioni e per i comuni, perché venissero messe in campo una serie di azioni intese innanzitutto alla sorveglianza. Quindi – prosegue – a verificare che gli operatori aeroportuali e portuali mettessero in campo le azioni di disinfestazione per evitare che la 'Aedes aegypti', la zanzara vettore del virus della Dengue non attecchisca in Italia". "Ricordiamo che in Italia c'è invece la cosiddetta zanzara tigre, ovvero 'Aedes albopictus', che però potrebbe essere anche responsabile della malattia perché la trasmissione non è uomo-uomo, ma è animale- zanzara-uomo e poi zanzara-uomo. Quindi, è sempre la zanzara che trasmette il virus, non l'uomo. Se la zanzara 'italiana', in questo caso la zanzara tigre, punge un uomo che invece ha la dengue, è evidente che quella zanzara, se poi punge una altra persona, trasmette il virus", ricorda Vaia. "Il nostro tema è fare in modo che le zanzare, soprattutto nel periodo pre-estivo ed estivo, non colpiscano l'uomo. C'è bisogno di azioni di buonsenso da parte dell'individuo che ribadiamo: utilizzare i repellenti, evitare che ci siano accumuli di acqua stagnante, se vai negli orti o nei giardini, ti copr
i. Oltre a queste – ricorda il direttore Vaia – c'è bisogno di azioni di sistema e quindi le regioni devono fare anche formazione e informazione rispetto a questo tema. I comuni, poi a cui rinnovo un appello perché mettano in campo azioni di bonifica, di sfalcio dell'erba, affinché i giardini vengano resi fruibili ai cittadini e non ci siano accumuli di acqua stagnante". "Oggi la visione deve essere di 'One Health', e la Dengue è una tipica malattia che non può non essere ascritta ad una visione di 'sanità unitaria', in cui c'entra molto l'ambiente e la sanità animale. E quindi di cosa c'è bisogno? – avverte il direttore – I nostri operatori devono controllare che siano svolte sulle navi e sugli aerei le azioni di disinfestazione, o disinsettazione, e loro ci devono consegnare un certificato di disinsettazione residua. Nel caso che le compagnie aeree che operano in Italia non diano la prova di aver effettuato la disinfestazione, o meglio la disinsettazione, noi – attraverso gli operatori – le disponiamo. E a mesi di distanza – osserva Vaia – mi sembra che questa azione ha ottenuto dei risultati, perché se è vero che c'è tendenzialmente un aumento dei casi d'importazione di Dengue, anche perché ci avviamo ovviamente alla stagione in cui la zanzara è molto presente, la cosa importante – conclude – è che nessun caso è autoctono e nessun ha dato una malattia severa". "Faccio un invito alle compagnie aeree e ai vettori aeroportuali affinché non prendano come vessatorie le misure anti-Dengue messe in campo dal ministero della Salute. Io ho incontrato e sto incontrando le compagnie e sto spiegando bene il senso di queste misure e di queste azioni – avverte Vaia – Capisco che possano creare indubbiamente anche qualche lavoro in più ma è teso al raggiungimento di un bene comune, al quale tutti dobbiamo tenere, cioè quella della tutela della salute pubblica. Oggi in Italia si viaggia in modo sicuro grazie proprio al contributo delle compagnie aeree e navali". "Quindi, ci saranno dei piccoli fastidi o qualche incombenza in più, ma l'obiettivo è il grande risultato al quale tutti quanti dobbiamo essere legati. Ricordo, che durante la pandemia Covid l'aeroporto di Fiumicino è diventato lo scalo più sicuro d'Europa grazie alle misure che all'epoca mettemmo in campo e che Spallanzani suggerimmo. Tutto il sistema deve unirsi per rilanciare un messaggio di sicurezza a chi viaggia e viene in Italia attraverso gli aerei e le navi", rimarca il direttore. "Noi ci muoviamo in questa direzione e vogliamo continuare a farlo perché la prevenzione sia effettivamente attrice possibile del cambiamento – auspicabile in Italia – di paradigma: mai più lutti nel nostro Paese. Noi siamo pronti", conclude. —[email protected] (Web Info)
Donne vivono più degli uomini, studio spiega il gender gap della longevità
(Adnkronos) –
Le donne vivono più a lungo degli uomini. E questo gap nell'aspettativa di vita non è prerogativa del genere umano. Questa tendenza a una maggiore longevità la si osserva nelle quote rosa di una vasta gamma di animali. Gli scienziati si sono chiesti perché e una teoria formulata dai biologi è che la discrepanza nella lunghezza della vita femminile e maschile possa essere in qualche modo, almeno in parte, collegata alla riproduzione. Ma come? Per scoprirlo un team di ricercatori dell'università di Osaka ha deciso di mettere sotto la lente l'invecchiamento del killifish turchese, un pesciolino d'acqua dolce noto per una caratteristica: la sua è un'esistenza 'lampo', fra le più brevi che si registrano nei vertebrati. Si parla di "pochi mesi di vita", spiegano gli autori del lavoro pubblicato su 'Science Advances', mentre la maturazione sessuale in genere avviene in appena "un mese". E, come negli esseri umani, anche nella comunità di questi pesci le femmine vivono più a lungo dei maschi. Studiando il 'Nothobranchius furzeri' – questo il nome scientifico del killi turchese – i ricercatori giapponesi hanno scoperto per la prima volta che le cellule germinali, cioè le cellule che si sviluppano in ovuli nelle femmine e in spermatozoi nei maschi, determinano differenze nella durata della vita – dipendenti dal sesso – negli animali vertebrati. Quando infatti il team ha rimosso le cellule germinali dai pesciolini 'arruolati' nella ricerca ha osservato che sia i maschi che le femmine avevano una durata di vita simile. "I killifish maschi vivevano più a lungo del solito e la durata della vita delle femmine si accorciava", spiega l'autore principale Kota Abe. "Volevamo capire come le cellule germinali potessero influenzare" gli esemplari di entrambi i sessi "in modo così diverso", praticamente opposto. "Il nostro passo successivo è stato quello di indagare sui fattori responsabili". Gli studiosi hanno scoperto che la segnalazione ormonale era molto diversa nelle femmine rispetto ai maschi. Le femmine di killifish senza cellule germinali avevano una segnalazione significativamente inferiore di estrogeni, il che può ridurre la durata della vita aumentando il rischio di malattie cardiovascolari. Le femmine avevano anche una segnalazione significativamente maggiore del fattore di crescita insulino-simile 1. Questo ha fatto sì che le pescioline diventassero più grandi, sopprimendo allo stesso tempo i segnali all'interno del corpo importanti per mantenere la salute e rallentare l'invecchiamento. Al contrario, i killifish maschi senza cellule germinali avevano migliorato la salute dei muscoli, della pelle e della struttura ossea. È interessante notare, dicono gli esperti, che questi pesci avevano quantità maggiori di una sostanza che attiva la vitamina D, oltre a prove di segnali di vitamina D nei muscoli e nella pelle. Anche la vitamina D può essere considerata un ormone, osservano gli autori dell'ateneo nipponico. Mentre è ben noto il suo ruolo nel mantenere le ossa forti e sane, questa sembra avere anche effetti positivi più ampi su tutto l'organismo. I risultati del team giapponese hanno dunque evidenziato la possibilità che la vitamina D migliorasse la longevità. E seguendo questo ragionamento gli esperti hanno deciso di verificare se un integratore di vitamina D avrebbe potuto aumentare la durata della vita dei pesci. "Quando abbiamo somministrato la vitamina D attiva, abbiamo scoperto che la durata della vita sia dei maschi che delle femmine" killi "era significativamente prolungata, suggerendo che la segnalazione della vitamina D fornisce benefici per la salute in tutto il corpo", spiega l'autore senior Tohru Ishitani. "Il nostro lavoro suggerisce che la segnalazione della vitamina D potrebbe influenzare la longevità di altri vertebrati, compresi gli esseri umani".
La scoperta che le cellule germinali influenzano la longevità maschile e femminile in modi opposti è un indizio importante per svelare le misteriose interazioni tra riproduzione, invecchiamento e durata della vita. Non è chiaro esattamente come la vitamina D si inserisca in questo puzzle, ma potrebbe far parte di strategie future per prolungare la durata della vita sana, concludono gli esperti. —[email protected] (Web Info)
Proteine e dieta mediterranea, 8 cose da sapere
(Adnkronos) – Perché le nostre scelte a tavola sono centrali per noi e per il mondo in cui viviamo? Perché nella nostra dieta le proteine sono fondamentali, e perché la dieta mediterranea è il modello alimentare ideale per assumerle? A queste domande risponde la Fondazione Istituto Danone, da sempre impegnata nella divulgazione di temi nutrizionali legati alla salute, con il volume ‘Proteine nella dieta mediterranea’, in 8 punti chiave, a cura di Federico Mereta, edito da Gribaudo e realizzato da un board scientifico di esperti: i professori Lorenzo Morelli, Andrea Ghiselli, Maurizio Muscaritoli e Michele Sculati, la Professoressa Elisabetta Bernardi e l’Ingegnere Assunta Filareto. Il libro, pensato per il benessere, senza rinunciare ai gusti della tradizione e per contribuire a diffondere, nel dibattito sull’alimentazione, messaggi fondati sul rigore della scienza – si legge in una nota – sfata il mito che la dieta mediterranea sia un modello nutrizionale rigido e unico. È infatti un modello alimentare vario ed equilibrato in termini di quantità e densità energetica degli alimenti, sia di origine vegetale sia animale, in una combinazione di diverse consuetudini alimentari storicamente seguite nei Paesi del bacino del Mediterraneo. Si tratta però di modello un po’ abbandonato dagli italiani. Secondo uno studio del Crea Alimenti e Nutrizione, pubblicato sulla rivista scientifica ‘Frontiers in Nutrition’ e basato su un campione di 2869 persone, in Italia solo il 13%, una percentuale minoritaria della popolazione, segue oggi i principi della dieta mediterranea, con forti spaccature geografiche. Le proteine sono correlate anche alla longevità per la loro funzione plastica fondamentale: costruiscono, riparano, mantengono il benessere di cellule e tessuti che, anche e proprio grazie a loro, sono costantemente rimpiazzati. Esiste una connessione certa tra il consumo di proteine e la salute, in particolare con la sopravvivenza complessiva: l’aumento dell’assunzione di proteine può essere inversamente associato alla mortalità. In particolare, negli over 60 grazie ai loro effetti protettivi sulla forza muscolare, sulla fragilità e sulle risposte immunitarie. Analizzando i dati, queste affermazioni non sono generalizzabili a tutte le fonti proteiche.Le proteine, inoltre, contrastano l’invecchiamento del muscolo e la sarcopenia della terza età. I muscoli impattano per il 40% del nostro peso corporeo (a meno che con l’allenamento la loro massa non aumenti) e ne possediamo più di 600. L’invecchiamento è fisiologicamente associato a una riduzione della massa muscolare: dopo i 40 anni il tasso di perdita è stimato intorno all’8% ogni dieci anni e, dopo i 70 anni è al 15%. Aldilà dell’ambito fisiologico, vi sono fattori che accelerano la perdita di massa muscolare progressiva e generalizzata, con conseguente riduzione della forza e della prestazione fisica, nonché della qualità di vita: è la sarcopenia. Un’adeguata distribuzione della quota proteica ai pasti, con un apporto di proteine in almeno due pasti principali e una riabilitazione fisica rappresentano una strategia potenzialmente efficace nel contrastare la sarcopenia nella terza età. Nel libro si chiarisce anche la differenza tra proteine animali e vegetali. Le Linee Guida per una corretta alimentazione in Italia ne raccomandano un consumo equilibrato che, salvo altre indicazioni, è del 45% di animali e del 55% di vegetali. Tra le fonti di proteine animali, l’apporto maggiore dovrebbe arrivare dai prodotti lattiero-caseari, per il loro fondamentale apporto di calcio, e dai prodotti della pesca, mentre le carni dovrebbero far parte per il 10% della nostra alimentazione. Le proteine di origine animale hanno un elevato valore biologico (più facilmente digeribili e assorbibili dall’organismo) e un’importante quantità di aminoacidi essenziali (costituenti che l’essere umano può trarre solo alimentandosi). Le proteine vegetali sono collegate a una minore mortalità̀ complessiva, in particolare cardiovascolare, e a una migliore sensibilità̀ insulinica (ovvero l’organismo risponde meglio alla regolazione insulinica della glicemia). Va comunque tenuto presente che non si può isolare il nutriente – la proteina – dalla fonte che lo apporta – l’alimento. Noi mangiamo alimenti e non nutrienti. Quindi è più corretto parlare di fonti proteiche. Il testo spiega anche il perché le proteine ci rendano sazi, in 5 mosse. La prima è perché la quantità di proteine presenti in un alimento aumenta il tempo di permanenza nello stomaco, e questo diventa un potenziale condizionamento per la lavorazione orale (dal primo morso alla deglutizione), con conseguente maggiore stimolo saziante. Inoltre, un pasto ricco di proteine, combinato con una giusta quantità di carboidrati, stimola il rilascio dell’ormone Glp-1 che rallenta lo svuotamento dello stomaco, aumenta il senso di sazietà e riduzione dell’appetito. L’entità dell’energia dispersa in calore è maggiore dopo aver assunto proteine. È stata avanzata l’ipotesi che la sazietà possa essere indotta con efficacia dagli aminoacidi ramificati (leucina, isoleucina e valina) presenti nelle proteine di elevata qualità. Infine, per spiegare l’effetto saziante delle proteine si parla anche del loro ruolo nell’induzione della gluconeogenesi (produzione di glucosio) postprandiale. Le proteine hanno anche un ruolo nel micobiota intestinale (miliardi di microrganismi i appartenenti a migliaia di specie differenti) che molti studi dimostrano avere un ruolo essenziale per la salute dell’intero organismo. Le proteine vegetali sono importanti per il microbiota, perché lo modulano attraverso effetti prebiotici e sostengono la crescita di lactobacilli e bifidobatteri, diminuendo la proliferazione dei batterioidi. Le proteine animali modulano il microbiota grazie a un rapporto più ‘corretto’ tra gli aminoacidi essenziali e la facilità di digestione. Infine, anche nello sport le proteine hanno un ruolo centrale.Il loro fabbisogno infatti aumenta nello sportivo, in una percentuale che va dal 20% fino al 100% negli atleti a livello agonistico, in particolari situazioni di allenamento. Per chi fa sport, l’aumento del dispendio energetico – e quindi delle calorie consumate ogni giorno – porta a un aumento sistematico della quota proteica. Ma questo – conclude la nota – deve avvenire in una dieta varia e bilanciata, con una corretta proporzione tra carboidrati, proteine, grassi, fibre e altri nutrienti chiave che si raggiunge solo attraverso la varietà e non focalizzandosi solo su un nutriente. —[email protected] (Web Info)
Appello neurologi ai leader G7, ‘priorità migliorare la salute del cervello’
(Adnkronos) – Migliorare la salute del cervello "deve essere una priorità assoluta e i leader del G7 possono fare la loro parte per coordinare politiche globali e per adottare un approccio One Health". Questa la richiesta dei neurologi Paul Boon, Elena Moro e Matilde Leonardi, dell'European Academy of Neurology, che hanno pubblicato nella sezione 'Salute', assieme al neurologo canadese Hachinski, l'articolo "Changing the mindset " che sollecita i leader del G7 e i leader politici di ogni Paese ad occuparsi della salute del cervello. L'articolo sarà consegnato a tutti i delegati che parteciperanno al Vertice di Puglia. L’invecchiamento della popolazione e il cambiamento dello stile di vita sono fattori di rischio ormai associati automaticamente alle patologie cardiache. In realtà, sono anche tra i principali responsabili di molte malattie neurologiche che rappresentano la seconda causa di morte e la prima causa di disabilità a livello globale. Nonostante l’elevata incidenza di patologie neurologiche, l'accesso ai servizi di prevenzione è insufficiente, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Per questo motivo, si legge nel paper, "occorre essere coraggiosi e adottare soluzioni globali, multilivello e pragmatiche per promuovere la salute del cervello, non solo quando si manifesta una patologia, ma durante tutto l’arco della vita come auspicato anche dall’Oms”. Per i neurologi, prendersi cura della salute del cervello deve "entrare nella prospettiva di miglioramento della salute che ogni Paese può e deve adottare, promossa a ogni livello tanto da poter essere seguita dalla maggior parte delle persone e in contesti totalmente diversi – precisano – Ci sono infatti attività molto semplici che con il minimo sforzo possono aiutare a raggiungere importanti risultati in termini di prevenzione". “Attività fisica e sonno regolare, una dieta equilibrata e il controllo della pressione arteriosa, smettere di fumare e coltivare connessioni sociali che promuovono le funzioni cerebrali, mentali e sociali, sono azioni che fanno bene al nostro cervello – ricorda Matilde Leonardi, direttore della Sc Neurologia, salute pubblica, disabilità e del Coma Research Centre della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta di Milano e membro del board dell’Accademia europea di neurologia – Se solo il 10% delle persone cambiasse mentalità potremmo assistere ad una trasformazione piuttosto veloce". "Per farlo occorre proprio cambiare approccio – sottolinea – passando dall'affrontare i problemi al prevenirli. L'Italia è in prima linea con pochi altri paesi, Finlandia, Svizzera, Norvegia, India, nel promuovere la salute del cervello e il 12 marzo scorso, coordinata dal presidente della Società italiana di neurologia, Alessandro Padovani, è stata lanciata alla Camera la Strategia Italiana per la salute del cervello 2024-2031". In questa partita globale per la salute del cervello e la riduzione dell'impatto delle malattie mentali e neurologiche anche la politica può fare la sua parte. Nel documento gli esperti esplicitano in tre punti le azioni che i leader del G7 e ogni governo dovrebbero intraprendere: dichiarare la salute del cervello (neurologica, mentale e sociale) una priorità assoluta lungo tutto l'arco della vita delle persone; coordinare, integrare e catalizzare le politiche sulla salute cerebrale e mentale; collegare i piani globali, regionali e nazionali per la salute del cervello e stimolarli a implementare un approccio One Health al centro dei sistemi di cura, delle politiche e degli interventi. —[email protected] (Web Info)
Cardiologia strutturale, in Italia il tour formativo ‘Your Heart Matters’
(Adnkronos) – È arrivato anche in Italia il roadshow ‘Your Heart Matters’, iniziativa europea di Medtronic rivolta ai professionisti sanitari nel campo della cardiologia strutturale, che prevede alcune tappe anche nel nostro Paese per promuovere la formazione continua sulle tecniche interventistiche più recenti e più innovative come la procedura dell’impianto di valvola aortica transcatetere (Tavi) per la cura della stenosi valvolare aortica. Il tour, realizzato in collaborazione con alcune strutture ospedaliere e universitarie di eccellenza, è partito il 4 giugno da Pisa, il tour nazionale, dopo a ver toccato Bologna e Torino, si concluderà il 20 a Lecce. “Your Heart Matters – spiega Stefano Lusian, responsabile divisione di Cardiologia Strutturale di Medtronic Italia – è un progetto che punta alla formazione degli operatori sanitari in cardiologia strutturale mettendo i pazienti al centro, al fine di migliorare la qualità dell'assistenza a loro rivolta. Con questa iniziativa Medtronic si conferma partner d’eccellenza nell’innovazione tecnologica e nei programmi di Training ed Education”. All’interno dell’unità mobile ‘Your Heart Matters’, cardiologi e infermieri specializzati possono approfondire le loro conoscenze sulla terapia Tavi ed esercitarsi con simulatori e workshop pratici che replicano le fasi principali del percorso di diagnosi e cura che affronta un paziente affetto da stenosi aortica (Sa) severa. La stenosi valvolare aortica – spiega una nota – è la malattia delle valvole cardiache più comune negli adulti, con una prevalenza che aumenta con l’età. La Tavi è nata come alternativa, in casi limitati, all’intervento di sostituzione valvolare aortica per via tradizionale cardiochirurgica. I risultati positivi e la minore invasività della procedura hanno significativamente ampliato il numero di pazienti idonei: attualmente, l’indicazione si estende ai pazienti con più di 75 anni e a quelli con elevate comorbidità. È probabile che questo bacino si allargherà ulteriormente e che il numero di interventi Tavi raggiungerà e supererà a breve quelli tradizionali. Questa prospettiva sottolinea l’attualità e l’esigenza di estendere la formazione, permettendo ai centri specializzati di rispondere alla crescente domanda e di ridurre le liste di attesa. Attualmente, infatti, la metà dei pazienti che potrebbe trarre vantaggio dalla procedura Tavi non vi ha accesso e sono significative le disparità territoriali e la frammentazione a livello regionale del Servizio sanitario nazionale. La campagna ‘Your Heart Matters’ non promuove soltanto la crescita della tecnologia e delle competenze ma si rivolge anche a tutti gli stakeholder, contribuendo allo sviluppo delle relazioni all'interno della rete sanitaria. “È indispensabile – osserva Lusian – favorire un dialogo costante tra centri hub e spoke, tra personale medico e infermieristico, e i produttori delle tecnologie più avanzate per migliorare la qualità delle cure e garantire che i pazienti possano beneficiare delle innovazioni oggi disponibili”. La prima tappa si è svolta il 4 giugno a Pisa, presso la Scuola Superiore S. Anna, dove l’unità mobile attrezzata è giunta nell'area del Cnr. La giornata in compagnia del truck è stata dedicata alla simulazione delle varie fasi del percorso del paziente. Realizzato insieme a Sergio Berti, Coordinatore scientifico del Master e Direttore della Cardiologia Diagnostica e Interventistica di Monasterio, l’evento ha affrontato diverse tematiche rilevanti. Si è discusso dell’importanza della collaborazione con aziende del settore nella formazione continua sulla terapia Tavi e dell’approccio integrato al percorso di cura del paziente. Inoltre, è stato sottolineato come il concetto di innovazione tecnologica comprenda oggi anche il tema della sostenibilità e fruibilità della stessa. Infine, sono stati esplorati gli obiettivi per garantire un equo accesso alle cure e la sostenibilità dei percorsi. "La stenosi valvolare aortica – illustra Berti – sta emergendo come una patologia significativa, principalmente a causa della sua natura degenerativa e dell'invecchiamento della popolazione. Attualmente, la sua prevalenza è leggermente superiore al 3%. Non tutti i pazienti necessitano di un intervento; le indicazioni riguardano quelli con stenosi valvolare aortica severa sintomatica. Secondo l'Haute Autorité de Santé francese, la necessità di terapia è di circa 400 interventi per milione di abitanti. È fondamentale che il sistema sanitario nazionale sia organizzato per erogare questi interventi in modo efficiente, garantendo a tutti i pazienti il miglior trattamento possibile. Tuttavia, non tutte le regioni dispongono delle risorse economiche e degli operatori necessari per eseguire questa procedura”. La seconda tappa ha raggiunto il 5 giugno Bologna, in occasione del congresso mondiale di cardiochirurgia delle patologie cardiache congenite e del congresso Sicp ha previsto il workshop pratico in Interventional Cardiology con il Professor Massimo Chessa, rivolto a giovani cardiologi interventisti e cardiochirurghi. La terza tappa, l’11 e 12 giugno presso l'Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, ha offerto sessioni educative con simulatori Tavi a ecocardiografisti e cardiologi interventisti. Tra i professionisti presenti ci sono stati anche i cardiologi Innocenzo Scrocca, Tiziana Aranzulla, Gianmarco Annibali e Giorgio Quadri. "Nonostante gli incrementi nazionali e regionali di interventi con protesi Tavi – ribadisce Giuseppe Musumeci, direttore di Cardiologia presso l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino – il numero di pazienti trattati risulta purtroppo basso rispetto al fabbisogno di salute. È importante aumentare il bacino di medici e centri esperti così da poter rispondere alla crescente domanda dell’intervento ". L’unità mobile attrezzata di Your Heart Matters proseguirà poi il suo viaggio in Italia ed infine, l’ultima tappa del roadshow avrà luogo il 20 giugno all’Ospedale Vito Fazzi di Lecce e sarà organizzata con il contributo del Giuseppe Colonna, direttore del reparto di Cardiologia interventistica ed emodinamica. —[email protected] (Web Info)









