Il film della settimana/ “24 City” di Jia Zhangke (Cina)

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Pietro Colagiovanni *

Jia Zhangke è un importante personaggio nella cinematografia cinese attuale, di quella nouvelle vague che parla e racconta l’evoluzione, la modernizzazione e lo sviluppo galoppante che la Cina ha conosciuto negli ultimi trenta anni. 24 City, opera del 2008, rientra pienamente nella filosofia artistica di Zhangke. Il film parla della chiusura di una fabbrica nella città di Chengdu, chiusura che farà spazio alla realizzazione di grattacieli e centri commerciali.

La fabbrica però rappresenta anche un pezzo di storia della Cina moderna, perchè è una fabbrica militare, un kombinat dedicato alla manutenzione dell’aereonautica militare. Una fabbrica che era un mondo a sé, i cui abitanti erano tenuti alla più ferrea riservatezza ma che godevano di numerosi privilegi (scuole interne, centri sportivi, salari più elevati) in ragione del loro delicato ruolo. Ma tutto questo, ai tempi del capitalismo rampante sia pure in salsa cinese non esiste più e non ha ragione di essere. Il regista monta la sua opera come un documentario, con lunghe interviste a tre generazioni di abitanti della fabbrica, sino a quella più giovane che ormai ha reciso completamente i cordoni con un mondo che non comprende più. Le interviste sono in parte realizzate con lavoratori della fabbrica, in parte con attori.

L’effetto complessivo è sostanzialmente quello di un saggio antropologico. La cinepresa cerca di colpire il mutamento sociale, le diverse dinamiche culturali e relazionali che lo sviluppo capitalistico progettato da Deng Xiaoping ha comportato sulla società cinese. Il film è ben realizzato ed ha una buona fotografia. Ed è interessante per chi vuole capire lo sviluppo di questa fondamentale nazione. Dal punto di vista artistico, invece, l’opera risente in modo importante del fatto che è stata girata in un contesto in cui la libertà di espressione è vietata.

Zhangke all’esordio fu censurato dalla dittatura comunista per poi, a partire dal 2004, venire a patti con il regime di Pechino. In sostanza parli di poesia (di cui è zeppo il film, poeti cinesi ma anche Yeats) ma non parli mai di politica e di gestione del potere. Il risultato è che il film sembra avere il freno a mano tirato. Potrebbe dire di più (la sequenza in cui anziane operaie cantano l’Internazionale mentre la fabbrica viene demolita dalle ruspe ne è un esempio) ma non può dire di più e, forse, non vuole . D’altronde registi e artisti meno accorti e/o più coraggiosi in Cina sono finiti in galera per molti anni o sono stati costretti all’esilio (Ai Weiwei il nome più famoso). Zhangke ha deciso di non rischiare e questo pesa sull’opera che sembra più un documentario, benchè rilevante storicamente,dell’Istituto Luce piuttosto che un film vero e compiuto.

Voto 2,5/5

*imprenditore, comunicatore, fondatore del gruppo Terminus

per commenti, recensioni o sollecitazioni e suggestioni cinematografiche potete contattarmi a [email protected]

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