Lavoro/ Bentornati al Sud: 45.000 lavoratori dal Nord in smartworking al Sud

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Da un’indagine sul “southworking”,(lavoro al sud) realizzata da Datamining per conto di Svimez su grandi imprese che operano in diverse aree del Centro Nord, in settori manifatturiero e servizi, emerge che 45.000 lavoratori dipendenti di grandi aziende del Nord, dall’inizio della pandemia lavorano in smart working al Sud. Quarantacinquemila lavoratori equivalgono a 100 treni Alta Velocità riempiti esclusivamente da chi torna dal Centro Nord al Sud. L’obiettivo è riportare al sud giovani laureati (25-34enni) meridionali, che hanno trovato lavoro al Centro-Nord, la platea di giovani interessati è di circa 60.000 laureati, questa è solo la punta di un iceberg, se si considerano i dipendenti di piccole e medie imprese (oltre 10 addetti), si stima che il fenomeno riguarda oltre 100 mila lavoratori meridionali, dei due milioni che si sono stabilizzati lavorativamente al nord, considerando le aziende che hanno utilizzato smartworking nei primi tre trimestri del 2020, per tutti o per l’80% degli addetti, “circa il 3% ha visto i propri dipendenti ritornare a lavorare dal sud. Offrire l’opportunità ai lavoratori meridionali di lavorare dai territori di origine costituisce uno strumento per riattivare i processi di accumulazione di capitale umano da troppi anni bloccati, per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese. L’80% degli interessati, ha tra i 25 e i 40 anni, possiede elevati titoli di studio, Ingegneria, Economia e Giurisprudenza, e ha nel 63% dei casi, un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

La maggior parte delle aziende ritiene che i vantaggi principali del southworking siano; maggiore flessibilità negli orari di lavoro e riduzione dei costi fissi delle sedi fisiche, ma, contemporaneamente, crede che gli svantaggi maggiori siano; perdita di controllo sul dipendente e il necessario investimento da fare a carico dell’azienda, non ultimo i problemi di sicurezza informatica. Per soddisfare le richieste delle aziende occorre adottare alcune iniziative: incentivi di tipo fiscale o contributivo per le imprese del Centro Nord che attivano southworking, riduzione dei contributi, credito di imposta una tantum per postazioni attivate, estendere la diminuzione dell’Irap al Sud a chi utilizza lavoratori in southworking in percentuale sulle postazioni attivate, creazione di aree di coworking promosse da pubbliche amministrazioni, prossimi a infrastrutture di trasporto quali stazioni e aeroporti, nei quali sia possibile la condivisione di spazi, per sviluppare relazioni, creatività e ridurre i costi fissi e ambientali. I lavoratori quantificano vantaggi che gli derivano dallo spostamento nelle aree del Mezzogiorno, minor costo della vita, maggiore possibilità di trovare abitazioni a basso costo, mentre negli svantaggi; servizi sanitari e di trasporto, poca possibilità di far carriera e minore offerta di servizi per la famiglia.

Il fine ultimo è rendere attrattivi i territori del Mezzogiorno, con il trasferimento al Sud di ricercatori del Nord o stranieri, attrarre giovani talenti al Sud rafforza il capitale sociale e i processi di sviluppo. Il southworking potrebbe rivelarsi la vera opportunità per interrompere il processo di dispersione dal Sud di capitale umano qualificato, iniziato da un ventennio, durante il quale circa un milione di giovani hanno abbandonato il Mezzogiorno senza ritorno ed hanno irreversibilmente compromesso lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese.

Alfredo Magnifico